Traffico vergognoso
Sono eritrei e sudanesi che cercano di raggiungere Israele e che diventano ostaggi di una rete criminale. Che lucra sulla loro sorte. Lo denuncia un rapporto, molto critico con le autorità egiziane e israeliane.

È di pochi giorni fa il rapporto stilato da un gruppo di organizzazioni non governative (ong) internazionali, tra cui l’italiana Agenzia Habeshia di Padre Mussie Zerai, che denuncia l’inattività delle autorità israeliane ed egiziane, e della comunità internazionale, nel porre fine alle torture inflitte ai profughi eritrei e sudanesi in viaggio verso Israele e tenuti in ostaggio da tribù beduine nel Sinai.

Il documento arriva dopo un anno e mezzo in cui ong, giornalisti e diaspora eritrea hanno fatto i nomi dei responsabili, descritto i luoghi di detenzione e portato alla luce ogni anello nella catena del lucrativo traffico illegale di organi e di essere umani nel Sinai (nella foto, protesta davanti all’ambasciata Usa di Tel Aviv).

Mentre Israele fa pressione sull’Egitto perché controlli la sua frontiera e a sua volta l’Egitto incolpa eritrei e sudanesi di affidarsi volontariamente a noti criminali, sono stati i beduini stessi – per calmare le acque dopo il rilievo mediatico della vicenda – a liberare alcuni degli ostaggi.

Nel rapporto, le ong stroncano proprio la mancanza di collaborazione tra stati, necessaria per combattere una rete criminale che non conosce confini. Forti critiche, dunque, per la polizia israeliana che ha ripetutamente ignorato, nell’arco di 18 mesi, valide informazioni che avrebbero potuto portare all’arresto di complici israeliani ed eritrei che operano a Tel Aviv. Costoro chiedono riscatti a conoscenti degli ostaggi nelle mani dei beduini per assicurarne il rilascio.

Shahar Shoham di Physicians for Human Rights Israel, una delle ong firmatarie, è delusa dal silenzio delle autorità ma spiega che la campagna continua perché il problema non si ferma nel Sinai. Spiega: «Israele non sta facendo abbastanza per aiutare i profughi arrivati che spesso sono stati vittime di tortura sia nei loro paesi che nel Sinai».

Domoz Berket, in Israele da un anno e parte del gruppo Gioventù eritrea per democrazia e rivoluzione, ci tiene a sottolineare che non bisogna nemmeno dimenticare il motivo iniziale per cui i profughi eritrei finiscono in catene nel deserto egiziano. E cioè la situazione di dittatura in cui versa l’Eritrea. «Il nostro gruppo chiede che la comunità internazionale imponga sanzioni contro il regime di Isaias Afwerki, perché noi eritrei abbiamo un paese, abbiamo una terra ed è là che vogliamo vivere in dignità».

E se in virtù degli accordi Italia-Libia del 2009 l’Europa è riuscita a chiudere le porte a migliaia di profughi africani, questo rapporto prova ancora una volta che bloccando una strada se ne apre un’altra. Ma non si risolve il problema.