L’eterna tentazione di restare al potere

35 le Carte costituzionali africane ratificate o emendate dopo il 1989 che contengono vincoli alla rielezione. Talvolta disattesi, come i recenti casi di Rwanda, Congo e Burundi dimostrano. Costa d’Avorio, Gambia, Guinea-Bissau e Sudan non prevedono alcun limite.

Cos’hanno in comune Blaise Compaoré, Pierre Nkurunziza, Denis Sassou-Nguesso e Paul Kagame? Certamente l’appartenenza, a vario titolo, a quella generazione di leader promotori del cosiddetto “rinascimento africano”, con riferimento alle riforme istituzionali introdotte al termine della Guerra fredda, dopo la caduta di numerose dittature della regione. Ma cosa distingue, allora, i suddetti leader da altri protagonisti di tale fase di rinnovamento, personaggi del calibro di Nelson Mandela e del ghaneano Jerry Rawlings, per esempio? Il fatto che, nel corso del 2015, i primi abbiano tutti tentato di violare le Carte costituzionali da loro stessi ratificate per prolungare la loro permanenza al potere. Rispetto ai Mandela e ai Rawlings, in altre parole, i presidenti di Burkina Faso, Burundi, Congo e Rwanda ci ricordano come la politica africana, nonostante gli enormi progressi compiuti nei passati due decenni, resti profondamente influenzata da leader che, troppo spesso, antepongono le ambizioni personali all’interesse comune.

L’anno appena trascorso è stato ricco di importanti appuntamenti elettorali per il continente africano. I cittadini di Burkina Faso, Burundi, Costa d’Avorio, Nigeria, Sudan, Tanzania, Togo, Zambia e Repubblica Centrafricana sono andati a votare per eleggere il proprio presidente. Mentre in Etiopia e Lesotho si sono rinnovate le assemblee nazionali che hanno espresso il primo ministro. Le elezioni africane del 2015, tuttavia, rispecchiano perfettamente le diverse attitudini che i leader politici africani hanno da sempre mostrato nei confronti del potere e della democrazia.

Da un lato c’è chi, come Jakaya Kikwete, in Tanzania, dopo aver governato per due mandati consecutivi si è fatto da parte lasciando la contesa per lo scranno presidenziale a due nuovi sfidanti. O chi, come Goodluck Jonathan in Nigeria, ha accettato di farsi da parte, riconoscendo la vittoria del leader dell’opposizione. Dall’altro lato, ci sono i casi di Nkurunziza e Compaoré che hanno eluso, nel primo caso, o cercato invano di aggirare, nel secondo caso, le leggi, per ricandidarsi all’ennesimo mandato presidenziale. Infine, ci sono i presidenti di paesi come Costa d’Avorio e Togo che resistono alle pressioni per introdurre, o ripristinare, i vincoli costituzionali alla candidatura per un terzo mandato.

I limiti aggirati
La questione terzo mandato e i limiti alla rieleggibilità di un presidente si inseriscono in una cornice caratterizzata dal mito del big man – “guida a vita” del paese in un processo di sviluppo e rinnovamento mai compiuto – e dalla congenita debolezza delle istituzioni politiche africane, troppo spesso alla mercé di chi le dovrebbe rappresentare e difendere. Il limite dei due mandati è una misura precauzionale piuttosto diffusa nei sistemi politici presidenziali, che prevedono l’elezione diretta di un capo di stato, titolare anche del potere esecutivo. Gli Stati Uniti la introdussero al termine della Seconda guerra mondiale, dopo che Franklin D. Roosevelt violò una pratica consolidata a livello informale, candidandosi per il quarto mandato consecutivo. Per quanto possa apparire una limitazione alla libertà dei cittadini di scegliere da chi essere governati, questo vincolo offre alcune fondamentali garanzie a tutela della democrazia. Prefissare una scadenza alla permanenza in carica di un leader riduce la personalizzazione della politica ed evita il consolidarsi di relazioni clientelari. Cosa ancor più importante, stabilisce condizioni di maggiori parità nella competizione tra il partito al potere e le opposizioni, favorendo il ricambio di leadership e contrastando la tendenza della politica a trasformarsi in un gioco “a somma zero”, in cui lo sconfitto non ha margine di compensazione né speranza di rivincita.

Fu proprio la prospettiva di benefici di questo tipo a motivare la richiesta, sia da parte della comunità internazionale sia delle opinioni pubbliche africane, di includere un limite di rieleggibilità per il capo del governo nelle nuove Costituzioni degli anni Novanta. (…)

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*Andrea Cassani è ricercatore post-doc presso l’Università degli Studi di Milano