Dal numero di novembre: spunti di dialogo
I padri sinodali si sono confrontati con schiettezza e libertà di parola nell’assemblea conclusasi il 25 ottobre. Riprendiamo alcuni temi: dalla scarsa democrazia alla corruzione, dall’emarginazione della donna al destino dei migranti, fino al dialogo Nord-Sud.

Domenica 4 ottobre ha avuto inizio la celebrazione romana della Seconda assemblea del sinodo dei vescovi per l’Africa. La cupola di Michelangelo che sovrasta la basilica di san Pietro ha potuto assistere a una celebrazione eucaristica, presieduta da Benedetto XVI, che aveva molto della sacralità romano-latina, ma faceva completamente sparire la gioia espansiva e contagiosa delle liturgie africane in terra d’Africa. Il sinodo pagava, così, fin dall’inizio lo scotto di svolgersi a Roma e non in una delle città africane in cui ci si augurava avrebbe potuto svolgersi.

 

Ma già l’indomani, 5 ottobre, con l’inizio dei lavori in aula, i padri sinodali riprendevano il posto che spetta loro:  quello dell’Africa riunita in libertà attorno a colui che è garante dell’unità e della comunione tra tutte le chiese, papa Benedetto. Un papa che partecipa e ascolta, prendendo note.

 

Fin dall’inizio si è capito che il ritrovarsi insieme tra vescovi africani liberava il dono della parresia (greco per franchezza, schiettezza, libertà di parola). E infatti, da subito, i padri sinodali hanno avuto il coraggio della verità e, quindi, della denuncia e della proposta.

 

Corruzione e ladrocinio

Attenendosi al tema dettato dall’Instrumentum laboris – “La chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace” i padri sinodali, riconoscendo i gravi problemi che affliggono il continente (povertà, miseria, fame, mancanza di cure mediche e di altri servizi sociali fondamentali), hanno puntato il dito contro la corruzione degli uomini politici africani, indicata come una delle piaghe più dannose, se non proprio l’ostacolo maggiore, non solo allo sviluppo (parola dal significato molto complesso), ma anche alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace.

 

Questo della corruzione politica è un tema risuonato come un ritornello nell’aula sinodale durante le prime due settimane di lavoro. L’arcivescovo di Durban (Sudafrica), il card. Wilfrid Fox Napier, francescano, se l’è presa con «il mostro che usurpa potere, contrario alla democrazia» e che «non è affatto scomparso ». Secondo Napier, forse non ci sono più presidenti che si proclamano tali “a vita”, ma «vediamo sempre di più i partiti politici prendere il loro posto». E cita paesi come Botswana, Angola, Zimbabwe e Mozambico, da sempre dominati dallo stesso partito. Avrebbe potuto allargare la lista fino… al suo paese, il Sudafrica, dove il partito s’identifica talmente con lo stato che il suo presidente può affermare tranquillamente: «Il nostro partito governerà fino al ritorno di Gesù Cristo!».

 

Più volte i vescovi hanno detto che «non di rado, i fedeli laici coinvolti attivamente nella vita politica dei nostri paesi, finiscono con l’assumere comportamenti e atteggiamenti dannosi riguardo ai principi fondamentali della fede e della morale cristiane», per riprendere le parole di mons. Lucio Andrice Muandula, vescovo di Xai-Xai (Mozambico), che ha denunciato la dicotomia fede e politica.

 

Com’era giusto attendersi, non è mancata la denuncia contro i predatori esterni al continente e che ne saccheggiano le risorse naturali. Mons. Nicolas Djomo Lola, vescovo di Tshumbe (Rd Congo): «Facendo il punto sulle conseguenze delle guerre e delle violenze subite dall’Rd Congo, siamo obbligati a condannare le menzogne e i sotterfugi utilizzati dai predatori e dai mandanti di queste guerre e violenze. Il tribalismo, evocato incessantemente per giustificare queste guerre nella nostra nazione, non è altro che un paravento. La diversità etnica viene strumentalizzata come pretesto per saccheggiare le risorse naturali. Deploriamo  che la comunità internazionale non faccia abbastanza per porre fine a queste guerre e a queste violenze e non s’interessi abbastanza alle loro vere cause: il saccheggio delle risorse naturali».

 

Donna africana

Anche il posto della donna nella chiesa africana è stato oggetto della riflessione dei padri sinodali. Citiamo per tutti mons. Telesphore Gorge Mpundu, arcivescovo di Lusaka (Zambia): «Il mio intervento fa riferimento all’Instrumentum laboris nei punti che riguardano la dignità delle donne, la loro grande inclinazione all’umanità, il loro enorme contributo potenziale alla chiesa, sebbene il loro carisma non sia adeguatamente riconosciuto, sufficientemente utilizzato e convenientemente celebrato. Non c’è sviluppo significativo, se il 50% della popolazione emarginata, cioè le donne, è sistematicamente escluso. Senza vera giustizia fra uomini e donne, lo sviluppo rimane solo un sogno irrealizzabile, nient’altro che un pericoloso miraggio».

 

Gli ha fatto eco mons. Philip Sulumeti, vescovo di Kakamega (Kenya): «Questo è il momento di fare una riflessione onesta e chiederci quali programmi concreti abbiamo messo a punto per far sì che le donne partecipino in modo responsabile, autentico e attivo alla vita della nostra chiesa… Le donne offrono l’unica immagine femminile di Dio che ancora deve essere promossa nella chiesa africana… Una delle più gravi forme di “struttura di peccato” che opprime la nostra famiglia africana è il fatto che le  donne siano impegnate nell’80% dei lavori agricoli e nel 90% di quelli domestici, senza formazione e senza salario».

 

Migranti

Al dramma dei migranti ha dedicato un suo intervento il card. Théodore-Adrien Sarr, arcivescovo di Dakar (Senegal) e primo vice presidente del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar: «Uno dei tristi fenomeni che alimentano l’immagine negativa dell’Africa attraverso i media è la migrazione clandestina di migliaia di africani verso l’Europa Occidentale, in particolare la perdita di vite umane che si verifica periodicamente tra le sabbie del Sahara e nelle acque dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo. Vorrei sottolineare il carattere rivelatore del fenomeno della migrazione clandestina. L’avventura così rischiosa dei migranti clandestini è un vero grido di disperazione, che proclama di fronte al mondo la gravità delle loro frustrazioni e il loro desiderio ardente di un maggior benessere».

 

Il cardinale di Dakar non ha temuto di elencare le cause interne all’immigrazione (corruzione dei dirigenti, profitti sproporzionati delle multinazionali, conflitti armati interni fomentati dai commercianti d’armi) per affermare: «Sappiamo bene che non sono le barriere della polizia, per quanto possano essere invalicabili, ad arrestare la migrazione clandestina, bensì la riduzione effettiva della povertà». Patetico è sembrato il suo appello «a tutte le forze esterne che hanno gravato e gravano negativamente sul destino dell’Africa nera» perché «riconoscano sinceramente i mali causati all’Africa e s’impegnino a operare per il suo sviluppo autentico, per riparare e per farle giustizia. Ecco un modo per contribuire alla lotta contro la migrazione clandestina e la fuga di cervelli».

 

Sulla questione è intervenuto anche mons. Gabriel ‘Leke Abegunrin, vescovo di Osogbo (Nigeria): «Una delle maggiori sfide che questo sinodo dovrebbe affrontare è il destino di un gran numero di immigrati africani presenti in tutti i paesi dell’Occidente. Dall’inizio della crisi economica, molti dei paesi occidentali hanno elaborato leggi e strutture difensive a sostegno delle proprie economie. Purtroppo, a questo scopo sono state varate leggi che si avvicinano molto a negare perfino i diritti umani degli immigrati, specialmente degli africani. Soprattutto in Italia, l’immigrazione clandestina è diventata un reato e l’assistenza agli immigrati da parte di organizzazioni caritative di volontari è stata ridotta».

 

Anche mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, vicario apostolico di Tripoli (Libia), ha ricordato che «in Africa vi sono più di 10 milioni di sfollati, di migranti che cercano una patria, una terra di pace… E vi sono migliaia di immigrati che entrano in Libia ogni anno, provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana. La maggior parte di questi fugge dalla guerra e dalla povertà del proprio paese e arriva in Libia, dove cerca un lavoro per aiutare la famiglia, oppure un modo per andare in Europa, nella speranza di trovarvi una vita migliore e più sicura. Molti di loro si sono lasciati ingannare dalle promesse di un lavoro ben retribuito e si trovano costretti a svolgere lavori mal pagati e pericolosi, oppure non ne trovano affatto. Molte donne, fatte venire nel paese, sono costrette alla prostituzione e alla schiavitù. Tutti gli immigrati illegali rischiano il  carcere, la deportazione o, peggio ancora, non hanno accesso né all’assistenza legale né ai servizi sanitari».

 

Mons. Antonio Maria Vegliò, presidente del pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, ha ricordato che c’è una migrazione intercontinentale in Africa «di gran lunga più importante di quella verso il resto del mondo. Si stima che la migrazione intera coinvolga oggi almeno 40 milioni di persone, nella maggior  parte africani. (…) La crisi economica e i conflitti che colpiscono molti paesi del continente hanno dato luogo a preoccupanti sentimenti xenofobi verso gli immigrati, trasformati in capri espiatori per i problemi politici ed economici interni».

 

Islam

L’islam è stato un altro degli argomenti che ha attirato l’attenzione dei padri sinodali. Non si è parlato di scontro di civiltà, ma di dialogo islamo-cristiano. Mons. Ambroise Ouédraogo, vescovo di Maradi (Burkina Faso), parlando anche a nome di mons. Michel Christian Cartatéguy, arcivescovo di Niamey, assente dall’aula perché impegnato in patria in un ruolo di mediazione nei negoziati volti a superare i gravi contrasti tra il governo e l’opposizione del Niger, ha detto: «La chiesa in Niger fa del dialogo islamo-cristiano una priorità pastorale della sua missione evangelizzatrice. Senza pretendere di compiere atti straordinari o di prendere iniziative eccezionali, le comunità cristiane, sostenute e incoraggiate dai loro pastori, s’impegnano a ricercare e vivere la fraternità universale in uno spirito di gratuità nei confronti dei loro fratelli e sorelle musulmani, attraverso il dialogo di vita, l’ascolto e il rispetto dell’altro, il servizio reciproco in occasione degli avvenimenti fondamentali della vita umana».

 

Dialogo interculturale

Al sinodo partecipano cardinali e responsabili dei vari dicasteri della curia romana, con interventi spesso non solo di ruolo o di facciata. Bello – e anche commovente – quello di mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della cultura, che «con ammirazione e rispetto» si è rivolto «ai fratelli vescovi africani» per dire che, «anche se il colore nero è il simbolo tradizionale del continente, l’Africa in verità si presenta come un arcobaleno cromatico multiculturale e multireligioso ». «Di fronte a un simile scrigno di tesori culturali e spirituali, fatto di tradizioni popolari e familiari, di simboli e riti religiosi, di sapienza, memoria, folclore», mons. Ravasi ha proposto che «il sinodo possa rivolgersi anche all’Occidente e al nord del mondo, perché s’instauri quel dialogo che in modo suggestivo mons. Monsengwo Pasinya, nella sua relazione, ha chiamato il partenariato non solo delle materie prime ma anche delle materie grigie – ossia dei valori -, creando spazi di comprensione e comunione e non di colonizzazione o, al contrario, di rigetto reciproco. È ciò che era accaduto nei primi secoli cristiani con l’inestimabile dono  fatto alla chiesa e alla cultura occidentale da Antonio, Pacomio, Tertulliano, Cipriano, Clemente Alessandrino, Origene, Atanasio e il grandioso Agostino».

 

Mons. Ravasi ha concluso il suo intervento, citando da Ostie nere di Léopold Sédar Senghor: «Ai piedi della mia terra crocifissa da 400 anni ma che ancora respira, lasciami dire, Signore, la sua preghiera di pace e di perdono. Signore Dio, perdona l’Europa bianca che ha dato la caccia ai miei figli come a elefanti selvaggi. Uccidi però, o Signore, anche il serpente dell’odio che ora leva la testa nel nostro cuore e ci spinge a combatterci tra noi africani. Uccidilo, Signore, perché l’Africa prosegua il suo cammino nella riconciliazione e nella pace».

 

A dare voce in Italia all’Africa riunita in sinodo ha pensato subito un Osservatorio, costituito già il 1° ottobre dalla Conferenza degli istituti missionari in Italia (Cimi), in occasione di un incontro con il pubblico italiano, svoltosi nel palazzo della provincia di Roma, per presentare il sinodo. Scopo dell’Osservatorio, come ha fatto notare il comboniano Fernando Zolli, che ne è il responsabile, è quello di «portare a conoscenza del mondo missionario, della chiesa italiana e della società civile, proposte, problematiche, prospettive e nuovi scenari, per un rinnovato impegno in Africa e in Europa». È così nata una rete di amici e di scambio d’informazioni sul sinodo e sull’Africa che fa ben sperare per un’informazione sul continente e la sua chiesa più corrispondente alla verità.

 

 


 


NOVITA’:

acquista
l’intera rivista in versione digitale