Il 2025 segna un punto di svolta allarmante per la gestione internazionale dei conflitti. Secondo gli ultimi dati del SIPRI, lo Stockholm International Peace Research Institute, il numero di personale impiegato in operazioni di pace multilaterali è precipitato a 78.633 unità, la cifra più bassa degli ultimi 25 anni. Si tratta di poco più della metà del personale schierato nel 2016, con una contrazione annua del 17%, la più marcata dell’intero decennio.
Il paradosso africano
Il continente ospita ancora il 70% di tutto il personale impegnato in operazioni di pace a livello globale, con quasi tre quarti delle truppe concentrate in sole cinque missioni, quattro delle quali nell’Africa subsahariana. Eppure è proprio questa regione ad aver subito i tagli più drastici.
Un disimpegno che non riflette una diminuzione dei conflitti – il numero di operazioni attive nel mondo è rimasto relativamente stabile, 58 in 34 paesi – ma una crisi strutturale del sistema multilaterale.
Grave carenza di liquidità
Le cause sono tre. Prima: una grave carenza di liquidità delle Nazioni Unite. Nel luglio 2025 le operazioni di mantenimento della pace si sono trovate ad affrontare un deficit di 2 miliardi di dollari, pari a oltre il 35% del budget totale.
I principali donatori non hanno onorato i propri impegni nei tempi previsti o per intero, costringendo diverse missioni a tagli drastici del personale.
Stallo geopolitico e interferenza politica
Seconda: lo stallo geopolitico in seno al Consiglio di sicurezza, dove le tensioni tra grandi potenze paralizzano il rinnovo dei mandati. Terza: la crescente interferenza politica nei bilanci, che erode l’autonomia operativa delle missioni.
Il risultato è un progressivo scivolamento verso interventi bilaterali o “mini-laterali”, spesso più militarizzati e condizionati dagli interessi degli stati coinvolti, che sostituiscono le risposte multilaterali tradizionali.
Fine della nutralità?
Un cambio di paradigma che colpisce soprattutto l’Africa, dove la gestione dei conflitti rischia di diventare sempre più dipendente da accordi ad hoc, lontani da quella neutralità che ha caratterizzato le operazioni di pace per un quarto di secolo.
Le mani legate delle organizzazioni regionali
Le organizzazioni regionali non riescono a colmare il vuoto. L’Unione Africana, la CEDEAO/ECOWAS e l’OSCE hanno dovuto affrontare gli stessi problemi di sottofinanziamento e stallo decisionale delle Nazioni Unite. «Le organizzazioni regionali mancano di competenze chiave per una costruzione della pace integrata ed efficace», ha dichiarato Claudia Pfeifer Cruz, ricercatrice senior del SIPRI. «Con il progressivo indebolimento della gestione dei conflitti guidata dalle Nazioni Unite, si sta creando un vuoto crescente che i modelli alternativi non sono in grado di colmare».
I militari sono dei paesi del Sud del mondo
A chiudere il quadro, un dato rilevatore sugli equilibri globali: tutti i primi dieci paesi contributori di personale militare nelle operazioni di pace si trovano nel Sud del mondo. L’Uganda è in testa, seguita da Nepal, Bangladesh e India. Gli altri sei sono africani o asiatici. Il Nord del mondo finanzia sempre meno, il Sud combatte sempre di più.
Grave impatto sui civili
«Se le cose dovessero continuare su questa strada, potremmo assistere a un drammatico indebolimento della gestione multilaterale dei conflitti», ha avvertito Jaïr van der Lijn, direttore del Programma per le operazioni di pace del SIPRI. «Il risultato probabile sarà un aumento dei conflitti, con un impatto ancora più grave sui civili».
Il sostegno alle operazioni di pace, in linea di principio, rimane ampio: più di 130 stati membri hanno discusso il loro futuro alla Conferenza ministeriale di Berlino nel maggio 2025. Ma le dichiarazioni di principio non bastano. «Gli stati dovranno andare oltre le semplici espressioni di supporto», ha concluso Pfeifer Cruz. «Dovranno garantire finanziamenti prevedibili e creare uno spazio politico sufficiente a consentire risposte multilaterali efficaci».
Per ora, quel spazio si sta restringendo. E l’Africa, come spesso accade, è la prima a pagarne il prezzo.