Al-Kantara – novembre 2015
Mostafa El Ayoubi

Mosca è scesa in campo con la sua forza militare. Un duro colpo per gli Usa e i loro alleati che per oltre quattro anni e mezzo hanno cercato di impadronirsi della Siria. Un progetto la cui esecuzione materiale è stata affidata – dopo il tentativo di intervenire direttamente, fallito per via del veto russo e cinese all’Onu – a milizie armate composte da decine di migliaia di combattenti in gran parte jihadisti provenienti da oltre cento nazioni.

Risultato? Al-Assad è ancora al governo e la Siria è infestata e devastata dai terroristi. L’“offensiva” militare degli Usa/alleati contro il gruppo Stato islamico (Is), avviata nell’autunno 2014, non aveva come scopo quello di eliminare il terrorismo ma solo di limitare il suo raggio di azione: verso la Siria per farla capitolare; verso l’Iraq per fare pressione sul governo e costringerlo a rinunciare a stringere rapporti con Iran, Cina e Russia.

Più Washington e alleati “combattono i terroristi”, più questi ultimi guadagnano terreno in questi due paesi: a marzo di quest’anno i qaidisti di al-Nusra hanno conquistato l’importante città di Idlib in Siria e a maggio l’Is, indisturbato, si è impadronito della strategica città irachena al-Ramadi.

E il governo turco, attore rilevante nella crisi siriana, con la scusa di combattere il terrorismo, ha colto l’occasione per colpire i curdi del Pkk, che invece lottano in prima linea contro i jihadisti e che hanno contribuito alla difesa di Kobane. Erdogan ha molto insistito per creare una zona tampone all’interno della Siria per «proteggere la frontiera turca» con la Siria (paradossalmente, attraverso questi confini vi è un via vai di jihadisti spesso scortati dai servizi segreti turchi!). Per raggiungere tale scopo, il cinico “sultano” di Ankara ha persino usato la carta dei profughi siriani presenti sul territorio turco portandoli a spostarsi verso l’Europa per fare pressione sulle cancellerie occidentali – specie quella tedesca – non più convinte dell’idea di una “no fly zone” e quindi di un’offensiva diretta dalla Nato contro Damasco.

È in questo drammatico contesto che si inserisce l’inedito intervento militare russo in Siria, iniziato il 30 settembre. Sin dall’inizio della crisi siriana, il Cremlino ha cercato di convincere gli “amici della Siria”, ovvero la coalizione guidata da Washington, a ricercare una soluzione politica per risolvere la crisi ed evitare che si ripeta lo scenario della catastrofe libica, che tra l’altro Mosca avrebbe potuto scongiurare se avesse usato il veto contro la risoluzione 1973 dell’Onu (marzo 2011).

La Russia ha deciso di intervenire direttamente con le armi per combattere il terrorismo in Siria essenzialmente per due motivi: uno è legato al rapporto con la Siria, il cui governo ha esplicitamente richiesto il suo aiuto, nel quadro degli accordi bilaterali tra due paesi membri dell’Onu e quindi in perfetto rispetto dei trattati internazionali; l’altro è strettamente connesso con gli interessi geostrategici e la sicurezza della Russia. La caduta della Siria in mano agli Usa/alleati porterebbe alla perdita della strategica base militare russa di Tartus. Per quel che riguarda poi la questione sicurezza, oggi in Siria, tra le file dei terroristi, vi sono decine di migliaia di kamikaze e combattenti provenienti dal territorio della Confederazione russa (solo in Russia vi sono 16 milioni di musulmani). Mosca ha tutto l’interesse a sconfiggere i jihadisti dell’Is, di al-Nusra e altri per prevenire una loro eventuale irruzione – eteroguidata – sul territorio russo.

La mossa del Cremlino, accolta con grande favore da Damasco, Baghdad e Teheran, sta creando non poca confusione nel campo degli Stati Uniti e dei suoi alleati. A Washington i pareri su come reagire si differenziano. Il cinico stratega Zbigniew Brzezinski sul Financial Times del 4 ottobre scorso ha consigliato a Obama di collaborare con la Russia nell’interesse del paese. Mentre sulle colonne del Washington Post dell’8 ottobre, la neocon Condoleezza Rice ha usato toni minacciosi contro Mosca, ricordandole la sua avventura militare in Afghanistan: ha evocato il ruolo di Ronald Reagan nell’armare i “mujahidin” con gli efficienti missili Stinger contro i cacciabombardieri sovietici…

Quale sarà la mossa effettiva di Obama è difficile prevedere. Ma, dopo quella di Putin, gli Usa/Nato dovranno sicuramente ripensare al ribasso il loro ambizioso progetto in Medio Oriente!

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