AL KANTARA – MARZO 2017
Mostafa El Ayoubi

La guerra in Siria è entrata nel suo settimo anno. Ed è difficile prevederne la fine in tempi brevi. Gli Usa sono stati il principale attore internazionale a voler destabilizzare il paese per i loro ben noti interessi geostrategici in Medioriente. La politica dell’amministrazione Obama, senza riuscire a far cadere al Assad, aveva contribuito al finanziamento dei gruppi combattenti, in maggioranza islamisti, che hanno devastato uno dei paesi arabi più avanzati dal punto di vista culturale e civile.

Secondo il Washington Post (10 giugno 2015) la Cia ha speso un miliardo di dollari all’anno nelle sue operazioni in Siria, tutti spesi in funzione di un “regime change”. L’ex presidente – premio Nobel per la pace! – ha lasciato in eredità al suo successore Trump un mondo arabo in fiamme: Libia, Siria, Iraq, Yemen e – non senza importanza – la esponenziale proliferazione del terrorismo di al-Qaida/Gruppo Stato islamico. Si tratta di un’eredità pesante per il nuovo inquilino della Casa Bianca, la cui politica riguardo al Medioriente e alla Siria in particolare resta ancora ignota.

Pochi giorni dopo l’insediamento di Donald Trump nella sala ovale, i russi – assieme ai turchi e agli iraniani – sono riusciti ad organizzare un meeting ad Astana nel quale hanno coinvolto il governo siriano e l’opposizione armata e politica, dominata in gran parte dai Fratelli Musulmani. Lo scopo dell’incontro era di avviare un processo di riconciliazione, rispettando il cessate il fuoco approvato con la risoluzione 2536 dall’Onu. A differenza dei precedenti meeting in cui Hillary Clinton e poi John Kerry dettavano legge, come quello dei cosiddetti Amici della Siria o quello di Ginevra (1,2,3), a rappresentare Washington ad Astana c’era solo il suo ambasciatore, in qualità di osservatore…

Cosa farà Trump con lo scottante dossier Siria? È difficile intuirlo ora, come del resto anche con molti altri dossier internazionali, a cominciare dal conflitto israelo-palestinese e da quello del nucleare iraniano ecc. L’immigrazione è una delle poche questioni finora affrontate dal neo presidente – nel caso specifico quello del divieto di ingresso negli Usa di cittadini di 7 paesi musulmani con il pretesto del «terrorismo» – per soddisfare i propri elettori ma senza scontentare i suoi principali partner commerciali: l’Arabia Saudita non figura in quella lista, eppure, dei 19 attentatori dell’11 settembre 2001, 17 erano sauditi e oggi la diffusione massiccia del terrorismo jihadista è in gran parte sponsorizzata da questo paese. Trump in effetti, più che un politico, è soprattutto un uomo d’affari!

Il presidente Usa ha in diverse occasioni affermato che vuole instaurare una proficua collaborazione con la Russia. Quest’ultima ha in mano la questione siriana, ha persino (pro)posto un progetto di Costituzione ai siriani, come se questi ultimi non fossero in grado di scriverne una! Ed è anche riuscita ad attirare verso di sé la Turchia, un paese chiave per la Nato.

Questa organizzazione militare, nonostante le riserve di Trump, resta per gli americani il cavallo di Troia in Europa (e non solo). Ma senza Ankara – e con una Unione europea già in crisi politica – la Nato diventerebbe vulnerabile. Ed è difficile pensare che Washington accetti ciò. In effetti Trump ha iniziato di recente a parlare di una no fly zone in Siria. Un provvedimento che Erdogan sta chiedendo dall’inizio della guerra contro Damasco. È una mossa per riportare la Turchia all’ovile? E, se dovesse realizzarsi, come si comporteranno gli Usa/Nato con i cacciabombardieri russi che sorvolano tutto lo spazio aereo siriano?

Foto: Marzo 2015, edifici danneggiati nella zona assediata di Homs in Siria [Fonte: NBC News]