AL-KANTARA – NOVEMBRE 2018
Mostafa El Ayoubi

La crisi siriana, iniziata più di 7 anni fa, da tempo non occupa più la prima pagina dei giornali. Eppure, la Siria continua a vivere in una situazione difficile, dovuta ad una guerra impropriamente definita civile. Le radici profonde di questa guerra sono legate alle dinamiche geopolitiche nel Medioriente.

Oggi, certamente, la situazione in Siria è meno grave rispetto agli anni precedenti, segnati dal terrore seminato dal gruppo Stato islamico (Is). L’obiettivo di questo gruppo jihadista estremista di ispirazione wahabita/saudita, era quello di eliminare lo stato laico e instaurare un regime politico di stampo islamista reazionario. Questo progetto coincideva con gli interessi geopolitici di alcune potenze mondiali e regionali che consideravano Damasco un ostacolo ai loro disegni egemonisti-colonialisti in Medioriente. Per questa ragione, il terrorismo in Siria non è mai stato combattuto seriamente dagli Usa e dagli alleati, anzi è stato usato come strumento di guerra per procura per giungere alla conquista politica della Siria.

Le potenze occidentali coinvolte nella crisi siriana, nonostante i solenni proclami a favore della libertà religiosa e della laicità, hanno cercato di innescare un conflitto interconfessionale tra sunniti e sciiti (che avrebbe travolto anche le altre confessioni religiose, quella cristiana per prima) con l’intento di destabilizzare questo paese per poterlo addomesticare. Ma il piano non ha funzionato, grazie alla lungimiranza culturale della grande maggioranza dei siriani (sunniti) che, pur bisognosi di riforme, di giustizia e di libertà, hanno considerato che le priorità assolute in questa fase della loro storia fossero l’unità e la sovranità della loro nazione, e la salvaguardia dello stato laico.

Assicurati questi capisaldi, le riforme politiche saranno per forza di cose all’ordine del giorno dello stato siriano, guidato da un presidente alawita/sciita che è anche capo delle forze armate (in maggioranza sunnite). L’esercito militare regolare ha giocato un ruolo decisivo – con il sostegno dei russi e degli iraniani in particolare – nella sconfitta dell’Is e di altre derivate di al-Qaida. La Siria di oggi non potrà più essere quella del 2011. È ormai finita l’era buia del partito unico al potere, delle persecuzioni degli oppositori politici e della restrizione della libertà di stampa.

I siriani hanno vinto una grande battaglia per l’unità e la sovranità, ma complessivamente non la guerra. A nord, nel governatorato di Idlib, vi è una significativa concentrazione di jihadisti protetti dall’ambiguo governo turco. L’est è in parte sotto occupazione Usa che sta strumentalizzando i curdi per limitare i danni della sonora sconfitta. Se un giorno Ankara dovesse tornare nell’ovile di Washington, rompendo con la Russia, gli americani non esiteranno un istante a scaricare i curdi.

Resta ancora molto da fare, anche sul fronte della ricostruzione dei centri abitati e delle infrastrutture. I sette milioni di sfollati e quattro milioni di profughi possono ritornare a casa solo se la casa c’è. E ciò dipende dagli investitori internazionali che gli Usa minacciano di sanzioni per impedire loro di aiutare la Siria a rimettersi in piedi.

Crisi siriana
Nel contesto delle “primavere arabe”, che hanno fatto saltare anche i regimi di Tunisi, Libia ed Egitto, la crisi siriana ha avuto inizio il 15 marzo 2011 con alcune manifestazioni di piazza contro il governo centrale. La piazza chiedeva le dimissioni di Bashar al-Assad e la fine della struttura istituzionale monopartitica del Partito Ba’th.