Campagna Silence Hate
Parte oggi la campagna europea contro le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione nei mezzi d'informazione. In particolare sul web e nei social network. L'obiettivo è fermare i discorsi che fomentano l'odio nell'opinione pubblica, ma senza limitare la libertà d'espressione.

L’odio non è un’opinione. E i giornalisti hanno il dovere di dirlo e farlo capire, ponendosi in dialogo costante con i lettori, contrastando sempre le espressioni di razzismo, xenofobia e discriminazione. Anzitutto sul web e sui social network, strumenti di comunicazione essenziali del nostro tempo ma anche e sempre più spesso contenitori di veleni. È il messaggio al centro della campagna europea “Silence Hate – Changing Words Changes the World”, al via oggi marzo in coincidenza con la Giornata internazionale contro il razzismo.
L’impegno è favorire un confronto all’interno delle redazioni, coinvolgendo direttori e proprietà, affinché sia garantito il rispetto dei principi di uguaglianza e non discriminazione fissati nelle Costituzioni democratiche. «Gli hate speech non sono un fenomeno nuovo ma l’impatto che hanno acquisito attraverso internet dà motivi nuovi di preoccupazione» sottolinea Alessia Giannoni, animatrice di Cospe. È proprio questa onlus, impegnata da oltre 30 anni a sostegno di uno sviluppo sostenibile e del rispetto dei diritti umani, a firmare la prima ricerca italiana sui “discorsi d’odio”.

Problema sociale
Con l’obiettivo di mettere a punto una strategia di contrasto sono stati intervistati direttori di giornali, responsabili di community management, blogger ed esperti di social media. Le conclusioni? Gli hate speech sono un problema sempre più grave, come confermano i dati dell’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar): nel 2014 i casi accertati sono stati 347 solo sui social e lo scorso anno c’è stato un aggravamento ulteriore. Gli insulti prendono per lo più di mira migranti, minoranze, rifugiati, in sostanza le persone più vulnerabili. Insultate nei forum online dei giornali, con post a margine degli articoli, nelle pagine Facebook di quotidiani nazionali e locali. «Spesso non c’è alcun moderatore per i commenti agli articoli pubblicati sui social» sottolinea Giannoni: «Da un lato si sostiene che il web debba essere lasciato completamente libero; da un altro le testate hanno un problema di risorse, di mancanza di staff e professionalità dedicate». Le redazioni dove il dialogo con i lettori è gestito da figure ad hoc si contano sulle dita di una mano.
Uno dei casi virtuosi è La Stampa, quotidiano torinese per altro coinvolto in uno degli esempi più brutali di discriminazione: gli insulti all’indirizzo di una bambina risultata prima in un test di intelligenza, ma identificata nell’articolo come rom.  

Soluzioni possibili
Come fare allora per rendere il web un luogo migliore, di partecipazione positiva? Con il contributo della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), di Articolo 21 e di Carta di Roma, nei prossimi mesi saranno avviati percorsi formativi e iniziative di sensibilizzazione. Infine sarà diffuso un decalogo, rivolto sia ai giornalisti che ai social media manager, figura destinata a ricoprire sempre più un ruolo centrale nelle redazioni. La campagna sarà difficile, e decisiva. Lo sottolinea Giuseppe Giulietti, presidente dell’Fnsi, che parla di «battaglia etica e culturale» e chiede «un confronto pubblico in tutte le redazioni e un impegno forte delle proprietà». In gioco ci sono il ruolo e il futuro del giornalista. Chiamato a dialogare e intervenire, nel rispetto della libertà di espressione ma anche della dignità delle persone. Sin dalla stesura degli articoli, dall’impaginazione o dal montaggio delle immagini, evidenzia Pietro Suber, di Carta di Roma: «Non lasciamo più passivamente il microfono a chi istiga odio».