Dibattito cooperazione

Il mondo della solidarietà internazionale deve uscire allo scoperto con una proposta unitaria e forte. Ma per farlo deve prima aprire un dialogo al proprio interno.

Intanto, ringrazio gli amici di Nigrizia per aver preso l’iniziativa di riaprire la discussione sul futuro della cooperazione internazionale. Forse non c’è stato momento più difficile nella storia della cooperazione italiana, dove il declino dell’iniziativa istituzionale e della posizione del nostro paese sulla scena internazionale converge in una fase di ridiscussione dei modelli di sviluppo. Questi tempi difficili ci parlano anche di una vicenda che ci riguarda direttamente, ovvero l’impossibilità di questo nostro mondo di contare e fare pesare le proprie idee ed esperienza.

 

Dovendo fare i conti con i nostri comportamenti in primo luogo, vorrei ripartire proprio da questo elemento. Le organizzazioni che si occupano di cooperazione e solidarietà internazionale sono migliaia. Rappresentano una diversità di esperienze e pratiche che sono una vera ricchezza: mobilitano centinaia di migliaia di nostri concittadini, che vivono l’esperienza della solidarietà internazionale come fatto personale; mobilitano quantità di risorse che superano ampiamente quelle messe a disposizione dal ministero degli esteri. La prima domanda che viene in mente è: come mai questo mondo rimane spesso nell’ombra, e la sua voce si fa sentire solamente nelle occasioni più difficili e tragiche, ma, quando si tratta di decidere delle politiche, non riesce a farsi ascoltare?

 

In quelle rare occasioni nelle quali le istituzioni italiane dibattono di politica estera, di interventi di pace, di politiche commerciali e ambientali, il mondo della solidarietà internazionale sparisce. Questa discussione avviata da Nigrizia può essere utile per farci capire che non c’è più molto tempo da perdere per cercare di rianimare la cooperazione internazionale italiana, e la nostra comunità dovrebbe trovare il modo di unire le forze intorno a pochi chiari messaggi per richiamare istituzioni e forze politiche a ridare al nostro paese il ruolo che deve svolgere nella comunità internazionale, per contribuire agli obiettivi di solidarietà. Il declino della vita politica al quale assistiamo non deve demoralizzarci, ma anzi ci deve far riflettere ancor di più sulle responsabilità che abbiamo.

 

 

Crescita e sviluppo

Viviamo un periodo di grandi sfide e cambiamenti. Le difficoltà di casa nostra sono ben note: una vita istituzionale distratta e alle prese con problemi che riflettono le caratteristiche fondamentali della nostra democrazia, dal rispetto degli equilibri fra poteri all’unità del paese; pesanti difficoltà sociali ed economiche, come la riduzione della ricchezza nazionale e l’aumento dei lavoratori in cassa integrazione ben ricordano; pesanti tagli ai bilanci pubblici, con particolare accanimento su ministero degli esteri e cooperazione internazionale. Dall’inizio del governo Berlusconi, le risorse per la cooperazione sono passate da circa 700milioni di euro a poco meno di 200; l’Italia è nelle ultime posizioni delle classifiche dei donatori. Un comportamento non giustificabile: altri paesi europei con seri problemi di budget, ad esempio Irlanda e Portogallo, hanno continuato a difendere il proprio investimento nella lotta alla povertà.

 

A livello europeo, la Commissione europea ha avviato la discussione su principi e modalità della cooperazione dei suoi stati membri, che dovrebbe portare a una seria revisione di quel consensus europeo che dal 2005 coordina le politiche dei paesi membri. In questa discussione si sono affacciate alcune idee forti che possono cambiare il segno delle politiche di cooperazione: il value for money, come amano dire a Bruxelles per far intendere mille cose, l’una e il contrario dell’altra; il fatto che la crescita sia la precondizione per lo sviluppo; il fatto che gli aiuti debbano avere una funzione catalitica, ovvero servire a generare crescita e poi sviluppo. Tutte idee da prendere bene in considerazione, e proprio per questo servirebbe una forte direzione politica per assicurare che l’obiettivo sia quello giusto, ovvero elevare la vita di milioni di persone, garantendo loro i fondamentali diritti. Un risultato che non possiamo dare per scontato, facendo invece prevalere la logica dei due tempi: prima la crescita economica, e poi lo sviluppo per tutti.

 

In questa situazione, piena di sfide a livello nazionale e internazionale, dobbiamo riaprire la riflessione sul futuro della cooperazione.

 

Il percorso avviato da Nigrizia può servire a questo scopo, anche con un invito a riunirci per discutere.





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