RIVOLUZIONI SMARRITE – DOSSIER SETTEMBRE 2019

Il caso algerino ripropone l’interrogativo sul ruolo dei movimenti popolari nel cambiamento dei regimi politici nordafricani. Il tratto comune è una società civile poco strutturata. E il potere ne ha spesso approfittato.

Da metà febbraio 2019 è in corso in Algeria un movimento popolare di protesta, l’hirak (“movimento”), rigorosamente nonviolento, che ha investito tutte le regioni del paese e tutti gli strati della società. Un fatto inedito, in Algeria e in tutto il Nordafrica, per durata e intensità.

I risultati finora raggiunti sono importanti: la rinuncia del presidente uscente Abdelaziz Bouteflika a un quinto mandato e le sue dimissioni, il rinvio per ben due volte delle elezioni presidenziali (18 aprile e 4 luglio) che avrebbero lasciato in piedi l’attuale sistema di potere, le dimissioni del presidente dell’Assemblea nazionale, e la messa da parte degli uomini più in vista del gruppo che aveva gestito il potere al posto di Bouteflika, impossibilitato a dirigere il paese dopo l’ictus che lo aveva colpito nell’aprile 2013.

L’hirak ha come obiettivo il cambiamento del “sistema”, quell’intreccio tra potere militare, élite politiche e burocratiche, imprenditori di stato e privati, che attraverso la corruzione ha retto il paese negli ultimi decenni. L’esito non è scontato, tanto più che il movimento non ha ancora espresso una leadership, e il governo ne ha approfittato per mettere in piedi un percorso con parte dei partiti politici e della società civile per arrivare al più presto all’elezione di un presidente della repubblica senza innovare le istituzioni e il sistema di potere.

Il caso algerino ripropone, dunque, l’interrogativo sul ruolo che possono avere i movimenti popolari e la società civile nel cambiamento dei regimi politici nordafricani e nella costruzione di una reale democrazia. Le rivolte popolari, che all’inizio del 2011, dall’Egitto alla Mauritania senza passare per l’Algeria, avevano suscitato molte speranze, si sono spente progressivamente. Per questo è utile partire dalla caratteristiche di questa realtà e dai suoi rapporti col potere.

Il tratto comune ai movimenti popolari nordafricani è di avere una società civile poco strutturata e questo spiega le disavventure di quelle che impropriamente sono passate alla storia come “primavere arabe”, il che tradisce, a proposito di società civile, l’ignoranza dei movimenti organizzati delle comunità berbere, non egemoni ma molto presenti.

Con la sola eccezione di Marocco e Mauritania, le proteste sono riuscite a imporre l’uscita di scena dei dittatori nei rispettivi paesi: Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto e Muammar Gheddafi in Libia.  Il successivo tentativo di transizione alla democrazia ha mostrato tutti i limiti di quei movimenti, la capacità di trasformismo delle élite, l’impossibilità di un reale ricambio delle istituzioni.

Anche in passato, i movimenti nordafricani non hanno mai smesso di opporsi al potere, di condurre battaglie puntuali sul piano politico, sindacale, culturale, di incendiarsi in rivolte di massa, senza riuscire a modificare radicalmente i regimi politici. Le conquiste parziali, però, hanno sicuramente incoraggiato i movimenti a continuare o a risorgere quando schiacciati. La situazione nei singoli paesi sarebbe ben diversa se l’audacia popolare non avesse sfidato l’armamentario repressivo.

Ma niente permette di concludere, perfino nella stessa situazione algerina, che i regimi politici nordafricani si reggano su una dialettica partecipativa dove le istituzioni dialogano con la società civile, più o meno organizzata o spontanea.

E ciò a prescindere dall’attuale offensiva dei poteri, che vive anche il mondo occidentale, contro i corpi intermedi, le associazioni e i movimenti.

La criminalizzazione della solidarietà in Occidente, e particolarmente in Italia, ha straordinari tratti comuni (l’ingerenza straniera, il conflitto con gli “interessi nazionali”, la collusione con poteri stranieri, la minaccia alla sicurezza nazionale…) con gli argomenti finora utilizzati dai regimi autoritari nordafricani per escludere la partecipazione della società alla costruzione di una reale democrazia.

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Nella foto manifestazione studentesca “controllata” dalla polizia in Algeria (Fateh Guidoum / PPAgency)