La primavera subsahariana

In un continente dove spesso mancano o sono limitate le libertà fondamentali, comincia a emergere un attore collettivo nuovo: i movimenti cittadini con le loro contestazioni. Soprattutto in Africa occidentale e centrale.

Un vento di mobilitazione sta soffiando sempre più forte, questa volta, in Africa subsahariana. Voci di dissenso organizzato, che sono sempre esistite in forme e modalità diverse in ogni paese del continente (contrariamente all’etichetta dura a morire che considera gli africani come vittime passive), iniziano ora a strutturarsi meglio, ad assumere forme e linguaggi nuovi e a farsi più visibili.
Il teatro dell’attuale mobilitazione è un contesto dove, come in Occidente, il crollo delle grandi ideologie (se mai abbiano attecchito veramente tra la popolazione e non solo tra la classe dirigente formatasi in Francia) e la sfiducia nei partiti lasciano un vuoto sempre più grande. Un continente in cui, più che oltreoceano, le libertà fondamentali e la democrazia sono ancora spesso delle utopie. In questo scenario, ecco che la società civile, soprattutto nei paesi dove è già ben strutturata, partorisce un nuovo modello di attore collettivo di contestazione: i cosiddetti “movimenti cittadini”.
Tra questi, i più noti sono quelli che hanno avuto un grande impatto mediatico e di mobilitazione grazie alla presenza di rapper tra i membri fondatori. Il precursore Y’en a marre – nato in Senegal nel 2011 per protestare nelle periferie contro i black-out di elettricità, per poi giocare un ruolo fondamentale nel processo elettorale del 2012, che ha visto la sconfitta dell’ex presidente Abdoulaye Wade – ha in seguito ispirato altre realtà, comunque già in cantiere: Balai citoyen, nel 2014 in Burkina Faso – tra i protagonisti della rivolta popolare che ha portato alla fine del regno di Blaise Campaoré –  e Filimbi, sorto ufficialmente nel 2015 in Repubblica democratica del Congo, oggi impegnato nella lotta perché Joseph Kabila rispetti la fine del proprio mandato, previsto per dicembre 2016.
Sulla scia di questi movimenti, altri ne sono nati, per ora meno visibili ed efficaci, come in Gabon (Ça suffit comme ça), in Ciad (Trop c’est trop), in Congo (Ras-le-bol e Sassoufit). Alcuni attivisti togolesi e nigerini hanno cercato di impiantare Y’en a marre nei propri paesi, e alcuni movimenti di “indignati” africani sono sorti, come in Costa d’Avorio, Gabon e Senegal.

Ruolo dei social network
Parallelamente a questi movimenti, la gioventù africana riesce, comunque, a essere presente nel mondo globalizzato dei social network e a farne uno strumento di attivismo, nonostante le censure e la debolezza della copertura internet del territorio in cui vivono. (…)

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*Luciana de Michele è giornalista freelance. Il suo blog: http://africalive.info/

Democrazia, le famiglie al potere

Secondo uno studio della piattaforma Tournons la page, sui 18 paesi del mondo non retti da monarchie, in cui oggi più della metà della popolazione ha conosciuto una sola famiglia al potere, 12 sono africani (se si escludono il Burkina Faso in cui solo nel 2014 una rivolta popolare è riuscita a cacciare Blaise Campaoré, dopo 27 anni di governo, e il Congo, in cui gli oltre 31 anni di presidenza di Sassou-Nguesso sono stati interrotti dal ’92 al ’97 dal governo Lissouba): si tratta di Togo, Gabon, Ciad, Uganda, Guinea Equatoriale, Camerun, Burkina Faso, Zimbabwe, Sudan, Eritrea, Gambia, Rd Congo. Al top della classifica ci sono l’88% dei togolesi e l’87% dei gabonesi che non hanno conosciuto rispettivamente che la dinastia Gnassingbé e Bongo. Tra le 12 famiglie nel mondo che erano già al potere 25 anni fa, 9 sono africane. Tra queste, 6 sono di ex colonie francesi e le 5 più anziane provengono da paesi ricchi di petrolio.

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