Nigeria / Idrocarburi ed energia
Nel 2019, quando si svolgeranno anche le prossime elezioni, è prevista l’entrata in funzione della nuova, grande raffineria. La Nigeria fa così un altro passo avanti verso un’ambita autonomia energetica che per il gigante petrolifero appare però ancora una meta lontana. Servono politiche più coraggiose.

La raffineria più grande al mondo sorgerà in Nigeria e sarà operativa dal 2019. Lo ha annunciato il ministro del Petrolio nigeriano, Ibe Kachikwu, in occasione dell’Africa Oil Week, convention internazionale tenutasi a Città del Capo, in Sudafrica, lo scorso ottobre.

Ancora in fase di costruzione a Lekki, vicino a Lagos, l’impianto avrà una capacità di 650,000 barili giornalieri, più di quanto attualmente prodotto dall’insieme delle quattro raffinerie in funzione nel paese.

Scopo del progetto, ha detto Kachikwu, è di raggiungere l’autosufficienza nel settore degli idrocarburi, ancora fortemente incentrato sull’estrazione di petrolio e sulla sua esportazione in forma grezza. Carenze infrastrutturali nell’industria di raffinazione costringono, infatti, la Nigeria, uno dei maggiori colossi petroliferi mondiali, ad importare carburante al costo di circa 10 milioni di dollari al giorno per soddisfare il fabbisogno energetico di una popolazione di 186 milioni di persone, in rapida crescita. Una cifra finanziata in larga parte dalle rendite della vendita di greggio, che coprono il 70% delle entrate governative.

Spazio ai privati, Dangote in testa

Il progetto di Lekki ha preso vita nell’ambito di un programma lanciato dall’amministrazione del presidente Muhammadu Buhari, volto a privatizzare l’industria di raffinazione, ad oggi gestita dalla compagnia di stato Nigerian National Petroleum Corporation (NNPC).

Che da tempo il settore versi in condizioni critiche non è una novità: dietro alle inefficienze produttive delle quattro raffinerie del paese – tre nel Delta del Niger e una a Kaduna – si annidano i numerosi scandali di corruzione e appropriazione indebita di fondi, emersi in seno alla NNPC. Comprensibile dunque, la decisione del governo di ridimensionare il ruolo della società statale, per fare spazio a nuove realtà industriali.

Sarebbero almeno 28, secondo il portavoce della NNPC, Ndu Ughamadu, le aziende pronte a prendere in gestione le raffinerie esistenti, mentre ad aggiudicarsi il contratto di Lekki è stato l’imprenditore nigeriano Aliko Dangote. Uomo più ricco d’Africa, secondo il magazine Forbes, Dangote è il fondatore del complesso industriale Dangote Group, prima corporation africana nella produzione di cemento, con progetti di espansione che vanno dall’agribusiness alle telecomunicazioni. Ad Abuja sperano che il magnate possa risollevare le sorti di un’industria considerata strategica per ridurre la dipendenza dall’esportazione di greggio.

Il nodo dei sussidi petroliferi

Nonostante il clima di ottimismo sull’imminente apertura della maxi-raffineria, per Buhari la strada è ancora tutta in salita. Una questione particolarmente spinosa nel quadro di riforma del settore degli idrocarburi è quella dei sussidi petroliferi, che il governo vuole abolire per liberare fondi da indirizzare alla diversificazione economica. Consentendo la vendita di carburante a prezzi inferiori rispetto a quelli internazionali, e rimborsando la differenza agli importatori, per decenni le autorità federali hanno fatto di tale politica una strategia di consenso. Il tutto però al costo esorbitante di 7 miliardi di dollari l’anno, da molti ritenuto una delle cause principali del sotto-finanziamento all’industria di raffinazione.

Già in passato, sia Fondo Monetario che Banca Mondiale avevano fatto pressione sulla Nigeria affinché abolisse le sovvenzioni petrolifere, ma con scarso successo. Nessun governo infatti, si era mai impegnato in una scelta così impopolare, considerato che gran parte della popolazione deve ancora affidarsi a generatori a gasolio per rimediare all’inadeguata fornitura di energia elettrica.

Il primo segnale di cambiamento arrivò nel gennaio 2012, con l’improvvisa quanto discussa decisione del governo dell’allora presidente Goodluck Jonathan, di tagliare le sovvenzioni energetiche. L’ondata di scioperi e proteste innescata dal raddoppio del prezzo di carburante da 65 a 140 naira, costrinse tuttavia il presidente a fare un passo indietro. Nel 2015, il crollo delle rendite petrolifere per il ribasso del prezzo del greggio, spinse Buhari a seguire le orme del suo predecessore: l’anno seguente venne nuovamente alzato il prezzo della benzina a 145 naira (0.43 dollari) al litro, pari a un incremento del 67%. Fino ad ora, nonostante le sempre più pressanti richieste da parte di ambienti dell’industria petrolifera per una totale rimozione dei sussidi, il governo ha preferito non spingersi oltre. Ciò per non colpire eccessivamente le fasce meno abbienti di popolazione, già provate dalla peggiore crisi economica degli ultimi 25 anni.

In una nazione dove il 67% della popolazione – circa 112 milioni di persone – vive al di sotto della soglia di povertà di 1.90 dollari al giorno, quale sarà la prossima mossa di Buhari è tutt’altro che chiaro. Specie considerando che tra pochi mesi si aprirà la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2019. In Nigeria, la partita del petrolio appare più aperta che mai.