Marketing della fame
L’utilizzo di immagini di dolore ed estrema povertà per raccogliere fondi è stigmatizzata ora anche dalla rete delle ong italiane. Manca una regolamentazione (anche sugli sms solidali trasformati in slot machine delle donazioni) presente in altri paesi. Serve, quindi, l’impegno e la segnalazione di abusi da parte dell’opinione pubblica.

La combustione ingovernabile dell’esposizione mediatica del dolore a scopo di marketing e raccolta fondi genera ormai riflessioni anche tra gli addetti ai lavori della cooperazione. Lo scheletrino africano utilizzato da Save the children nei suoi spot televisivi, che ha scatenato le ire polemiche del sito Africa con l’editoriale Fame di spot è solo l’ultimo scambio al curaro tra chi crede che «quelle immagini vanno trasmesse perché il grido di quei bambini non può restare inascoltato» (replica di Save the children ad Africa) e chi giudica quelle immagini pura pornografia della povertà con l’aggravante della commozione utilizzata a fini commerciali.

Anche Nigrizia in passato (vedi editoriale di settembre 2011, Fame di fame) si era spesa contro l’archetipo tossico di chi strumentalizza quel dolore per aprire i cordoni delle proprie casse.

Oggi pure il sito di informazione info-cooperazione.it, che raggruppa molte ong e associazioni italiane, rilancia ricordando in un post intitolato Non ti piace la pubblicità di una ONG? Faglielo sapere! come sia cresciuta nell’opinione pubblica italiana la consapevolezza che quel genere di operazioni sia il frutto di «puro marketing per raccogliere fondi». Ma «sono sempre più le persone irritate da questo tipo di messaggio che però, evidentemente, raccoglie ancora consenso e buone redemption in termini di raccolta fondi».

Il sito ricorda come le ong irlandesi abbiano sottoscritto un codice di condotta sulla comunicazione che manca in Italia, anche se diverse organizzazioni dichiarano di avere codici etici propri che dovrebbero tutelare l’immagine dei beneficiari dei loro stessi progetti, soprattutto i bambini.

Quindi, l’invito rivolto agli utenti o ai semplici lettori, è far sentire la propria voce. Di telefonare o scrivere alle ong che hanno fatto mercimonio della trasparenza e del senso etico. Ong che sono molto attente al feedback con l’opinione pubblica.

Una regolamentazione che dovrebbe disciplinare anche l’utilizzo indiscriminato, oramai, dell’sms solidale. Da anni decine di raccolte fondi avvengono tramite quegli euro versati alle compagnie telefoniche che stornano poi la quota destinata alla campagna di riferimento: dallo tsunami in Asia, al disastro ecologico in America, ai progetti di qualche ong italiana. Una slot machine delle donazioni appetita dai cannibali delle raccolte fondi.

Un mondo, tutto quello che ruota sui finanziamenti alle organizzazioni non governative e alla cooperazione, che richiederebbe la massima trasparenza. Che non c’è. Almeno in Italia. L’indice di Trasparenza degli Aiuti (Aid Transparency Index – ATI) valuta l’impegno globale di trasparenza da parte delle organizzazioni di ogni paese. L’Italia, nella classifica 2014 si colloca al 54° posto su 62 organismi monitorati, con un punteggio di 15,65. Fa parte dei paesi  cosiddetti “very poor”, anche se la situazione è migliorata  rispetto al 2013, grazie alla pubblicazione online di diversi documenti tra cui rapporti annuali, audit e strategie nazionali.

Ma l’Italia resta, anche in questo settore, tra i paesi meno trasparenti.