Sud Sudan / Le ragioni dell’azzeramento dell’esecutivo
Si temeva che la cancellazione per decreto del governo voluta dal presidente Kiir scatenasse un sanguinoso scontro, che non c’è stato. Ma dietro la crisi c’è l’ombra di Khartoum, contenta della fuoriuscita dei “falchi” dal nuovo gabinetto. E il 27 ottobre potrebbe tenersi il referendum di autodeterminazione di Abyei, area petrolifera contesa tra Juba e Khartoum.

Il 23 luglio scorso i sudsudanesi hanno appreso dalla Tv che il loro presidente, Salva Kiir, aveva deposto Riek Machar, il vicepresidente, e Pagan Amun, segretario del partito al potere, l’Splm e capo negoziatore nelle trattative con il Sudan per la risoluzione dei molti contenziosi lasciati aperti dalla separazione tra i due paesi. Contestualmente aveva dissolto l’intero governo. Il paese e la comunità internazionale tutta sono rimasti con il fiato sospeso per il fondato timore che la crisi politica, evidenziata nelle settimane precedenti dalle dichiarazioni di Machar di volersi candidare per la presidenza nelle elezioni previste per il 2015, e precipitata con la cancellazione per decreto dell’intera leadership, si trasformasse in conflitto armato, trascinando il paese in un sanguinoso scontro etnico.

Infatti, Machar e Amun sono esponenti di spicco di importanti etnie, i nuer e gli shilluk, che già negli anni della più che ventennale guerra con il Nord si erano contrapposti ai denka di John Garang, e ora di Kiir, scatenando una durissima guerra civile all’interno stesso del movimento di liberazione. Anche la formazione del governo, all’indomani della dichiarazione dell’indipendenza, il 9 luglio del 2011, aveva dovuto tener conto della rappresentanza dei diversi gruppi etnici, e addirittura dei diversi clan. Un esercizio lungo e faticoso, che aveva moltiplicato le posizioni ministeriali, dando vita a un esecutivo pesante e sovradimensionato nel tentativo di rispettare equilibri delicati e di coinvolgere tutti nella costruzione del nuovo stato. Tutto cancellato da un decreto presidenziale.

La crisi, però, nonostante le molte e qualificate pessimistiche previsioni, non si è trasformata in conflitto, ma è certamente stata gestita con metodi non usuali, al limite delle prerogative che la costituzione riconosce al presidente. L’insediamento del nuovo governo era atteso a Juba per il 24 luglio. Invece, per un’intera settimana, i ministeri hanno lavorato solo per gli affari correnti, sotto la responsabilità dei funzionari. L’unico ministro nominato quasi immediatamente è stato quello degli esteri e della cooperazione internazionale, Barnaba Marial Benjamin, che in precedenza ricopriva la carica di ministro dell’informazione. Il nuovo governo è stato annunciato solo il 31 luglio: 19 ministri e 10 sottosegretari, contro i 29 ministri e gli ancor più numerosi sottosegretari in carica precedentemente; molte le facce nuove, poche le conferme, tra cui il ministro del petrolio.

 

Rimbalzi ministeriali

Tuttavia, la crisi non era ancora risolta: mancava il nome del vicepresidente e anche la compagine governativa non soddisfaceva le aspettative. Le associazioni delle donne si lamentavano di essere sottorappresentate, mentre il parlamento intendeva dire la sua sui nuovi ministri. Così, a sorpresa, il 4 agosto è stata diffusa una nuova lista molto rimaneggiata che portava a 21 i ministeri, con 5 donne capo di dicastero e altre 5 tra sottosegretarie e consigliere speciali, parecchie in posizioni di rilievo. Intanto il parlamento formava un comitato di 11 membri per scrutinare i nuovi ministri. La sua attenzione si concentrava, in particolare, sul ministro della giustizia, Telar Deng, uno degli uomini più vicini al presidente, a cui, il 13 agosto, veniva negata l’approvazione, e dunque la carica ministeriale.

Per la nomina del vicepresidente si doveva aspettare il 23 agosto; un mese esatto dall’apertura della crisi. Il prescelto è stato James Wani Igga, membro di lunga data dell’Splm, combattente nella guerra di liberazione e fino a quel momento presidente del parlamento. Wani Igga, originario dello stato dell’Equatoria Centrale, di etnia bari, è un uomo generalmente stimato, libero dal peso di atrocità commesse durante la guerra di liberazione, peso che grava sulle spalle di molti altri membri della leadership sudsudanese, e in particolare su quelle di Rieck Machar, cosa che ha certamente indebolito il suo appeal politico al di fuori del suo gruppo etnico di appartenenza.

Con la nomina di Wani Igga a vicepresidente si riequilibra anche la rappresentanza delle due grandi regioni del Sud Sudan: la fascia settentrionale, abitata in prevalenza dagli allevatori denka, nuer e shilluk, nerbo del movimento di liberazione ora partito di governo, e la fascia meridionale, abitata da piccoli produttori agricoli, di cui i bari sono l’etnia principale. Bari è, inoltre, il territorio della capitale, Juba, su cui molte discussioni sono aperte, per via dell’enorme espansione della città, non concordata, e dunque non approvata dal gruppo etnico cui la terra appartiene. Le dispute sono già diventate conflitto aperto in almeno due occasioni lo scorso anno: una rissa degenerata tra gli studenti dell’università (quelli degli stati settentrionali contro gli “equatoriani”) che ha determinato la chiusura della stessa per diverse settimane e scontri tra bari e abitanti denka e nuer nel quartiere periferico di Gudele, che ha provocato anche diversi morti.

 

Crisi archiviata?

La nomina di Wani Igga sembra, dunque, una carta vincente, destinata anche ad attenuare questo tipo di tensioni che si andavano addensando sul paese. Al suo posto, come nuovo presidente del parlamento, il 3 settembre è stato nominato Magok Rundial, un parlamentare ben poco conosciuto dello stato di Unità, lo stesso di cui è originario Machar.

Crisi chiusa, dunque, ma faticosamente e tra molti malumori. Anche il modo in cui si è arrivati alle nomine del nuovo vicepresidente e del presidente del parlamento è stato infatti negativamente commentato dall’assemblea legislativa, che si è detta espropriata della possibilità di un dibattito aperto, e perfino dell’elezione del suo nuovo portavoce. Molti parlamentari hanno dichiarato di essere stati chiamati a ratificare scelte del presidente, e perfino minacciati dello scioglimento dell’assemblea legislativa stessa, se avessero fatto problemi.

Tutta la vicenda rende chiaro che a Juba è in atto un braccio di ferro tra le varie anime, e i vari gruppi, dell’Splm, che si sta giocando, per fortuna, a livello politico, ma forse anche con altri mezzi. Nelle settimane a cavallo della crisi, infatti, il presidente ha preso provvedimenti clamorosi a carico di esponenti importanti della leadership sudsudanese. Il primo è stato il “licenziamento” di due ministri, Kosti Manibe e Deng Alor, per permettere che fossero indagati in un caso di corruzione. Il primo è stato prosciolto da ogni accusa; il secondo dovrà rispondere per un trasferimento non protocollare di 8 milioni di dollari. Credo nessuno giocherebbe un bottone sull’onestà di un esponente della leadership sudsudanese, accusata da ogni parte di essere estremamente corrotta. Lo stesso presidente lo scorso anno scrisse una lettera a 75 alti funzionari, chiedendo loro di restituire milioni di dollari di fondi pubblici dirottati sui loro conti privati. Nulla è successo dopo. Allora perché cominciare una seria lotta alla corruzione proprio da Deng Alor? Il secondo provvedimento è stato preso nei confronti di Pagan Amun, non solo deposto, ma anche indagato per insubordinazione e ristretto nei suoi movimenti all’estero.

 

Nodo Khartoum

I passaggi della crisi politica a Juba si sono poi intrecciati all’evolversi dei rapporti con Khartoum, in particolare su due temi caldi: il petrolio e il referendum nella zona petrolifera di Abyei, ancora contesa tra i due paesi. Nonostante gli accordi siglati in marzo, che avevano fatto sperare in una ripresa del flusso di petrolio, i cui proventi sono essenziali per l’economia dei due paesi, fin da giugno il presidente sudanese El-Bashir aveva ripetutamente minacciato di impedire la commercializzazione del greggio dai terminali di Port Sudan, a causa dell’appoggio di Juba all’opposizione armata sudanese. Su Abyei, invece, dove in ottobre dovrebbe svolgersi un referendum di autodeterminazione deciso dall’apposita commissione dell’Unione africana, le posizioni sono ancora molto lontane e minacce di guerra sono state più volte ventilate nel caso il Sud Sudan si muovesse unilateralmente sulla questione.

Su questi due temi Pagan Amun, in quanto capo mediatore di Juba, e Deng Alor, esponente di spicco dei denka ngok, di Abyei, molto avevano lavorato.

La situazione, bloccata su posizioni quasi inconciliabili, si è rimessa in moto a metà agosto, con un discorso alla stampa del nuovo ministro degli esteri, Barnaba Marial, che delineava un nuovo corso nei rapporti con Khartoum. Infatti, un incontro tra i due presidenti, ripetutamente rimandato, si è finalmente tenuto il 2 settembre a Khartoum. Nulla di veramente nuovo si è detto nel vertice: il petrolio passerà sul territorio sudanese senza impedimenti; il Sud Sudan impedirà i movimenti dei ribelli sudanesi sul suo territorio; nessuna chiara dichiarazione congiunta sul referendum ad Abyei… tutto già firmato nel precedente incontro di marzo a Juba. Ma una battuta circolava a Khartoum: ora che i falchi sono fuori dal governo di Juba, si potrà più facilmente trovare una soluzione ai problemi ancora aperti.

È dunque lecito pensare che la crisi politica sudsudanese non sia stata originata solo da questioni interne alla leadership, ma che la definizione dei rapporti con il Sudan sia stato uno degli elementi del confronto. Vedremo nelle prossime settimane se il nuovo corso è iniziato davvero e dove porterà: primo banco di prova il referendum di autodeterminazione di Abyei.