Reportage Da Mogadiscio
Alleanze trasversali tra clan per frenare l’ondata islamista fondamentalista. Un governo di transizione incapace di avere un minimo controllo del paese. Milizie indipendenti, agli ordini di free lance del crimine, imperversano nella capitale. La missione Onu in grave difficoltà. La quotidianità di un conflitto senza fine.

C’è un solo posto sicuro a Mogadiscio. Yusuf, 16 anni, l’ha raggiunto all’alba, sul dorso di un mulo. Sua madre ha bussato alla pesante cancellata di ferro. S’è aperta una feritoia. Poi qualcuno, dall’altra parte, ha fatto segno con il kalashnikov di lasciarli entrare. Due donne con il velo bianco l’hanno raggiunto di corsa. Una l’ha aiutato a scendere, l’altra gli ha infilato uno straccio in bocca. Il Medina Hospital è il solo ospedale, in Somalia, in cui Yusuf ha qualche speranza di essere salvato. Alla sua porta bussano in media 150 feriti d’arma da fuoco al giorno. Manca tutto. Ma le milizie, che da vent’anni combattono questa sanguinosa guerra civile, ne rispettano la neutralità: qui si cura chiunque, a qualsiasi fazione appartenga. Fuori da queste mura, la tua vita non vale la sabbia in cui sarai seppellito.

 

Il governo federale di transizione (Tfg) somalo, guidato dal presidente Sheik Sharif Ahmed, ex leader delle corti islamiche, esponente del clan degli abgal, controlla ben poca parte della città. L’attentato del 18 giugno scorso, in cui ha perso la vita il ministro della sicurezza, Omar Hashi Aden, ha determinato l’uscita dalla compagine governativa delle sue milizie, che costituivano la colonna portante della capacità militare del Tfg, già compromessa dalla defezione dei circa 4.000 mercenari darvishi, originari del Puntland, dell’ex presidente del Tfg, Abdullahi Yusuf.

 

Per far fronte al pericolo creato dalle milizie fondamentaliste di al-Shabaab (“gioventù”) e dell’Hizbul Islam (“partito islamico”), il presidente Ahmed ha richiesto l’appoggio di alcuni signori della guerra e capi del clan degli abgal, come Musa Sudi Yalahow, Mohamed Omar Habeeb “Dhere” e Mahamud Mohamed “Finish”, ai quali si sono poi aggiunte le milizie del clan degli abr-ghedir, guidate da Sheik Yusuf Mohamed Siyad “Indhadde”, ministro della difesa al tempo delle corti islamiche, ex padrone della regione del basso Scebeli, destituito nel 2008 da al-Shabaab e da allora nemico giurato delle milizie fondamentaliste.

 

L’ingresso delle milizie degli abgal e degli abr-ghedir ha, sì, ricostituito la capacità militare del Tfg, almeno da un punto di vista numerico, ma di fatto ha reso impossibile il controllo del paese da parte delle istituzioni, sostenute da milizie autonome che rispondono del loro operato direttamente ai capi clan.

 

Marina e navi anti-pirati

L’offensiva scatenata nel maggio scorso dalle milizie fondamentaliste ha reso evidente la scarsa capacità militare dell’alleanza governativa: solo l’intervento dei militari ugandesi e burundesi dell’Amisom (caschi verdi dell’Unione africana) e robuste iniezioni di armi dagli Stati Uniti, distribuite alle forze del Tfg tramite l’Amisom stessa, hanno permesso di bloccare l’avanzata degli insorgenti a meno di un chilometro da Villa Somalia, sede delle istituzioni governative.

 

«Il governo controlla 16 distretti sui 19 del paese. Mogadiscio, a parte alcune sacche di resistenza, è ora sotto controllo delle istituzioni del Tfg. Stiamo lavorando alla ricostituzione della marina militare, in modo da riprendere il controllo delle acque territoriali ed eliminare il gravissimo problema dei pirati».

 

L’intervista s’interrompe pochi minuti dopo le dichiarazioni sorprendenti del nuovo ministro della sicurezza, Abdullahi Mohamed Ali. Una decina di colpi di mortaio si abbattono in rapida successione nelle vicinanze di Villa Somalia. Le milizie degli insorti non dispongono di artiglieria pesante e, stando a quanto ci viene assicurato dai vertici militari, non sono in grado di minacciare seriamente l’aeroporto e il porto, controllati dalle forze dell’Unione africana. Certo è che combattimenti esplodono improvvisi in ogni angolo della città. Dalle 18 in poi, chiunque percorra i vicoli sabbiosi della capitale viene immediatamente abbattuto. Centinaia di cecchini delle milizie del Tfg e dell’Amisom, appostati sui tetti e nei palazzi, sparano a qualsiasi cosa si muova.

 

Lo stato maggiore della costituenda marina militare somala ci riceve in una stanza semibuia, a ridosso della linea del fronte. Una trentina di miliziani difende quel che resta della sede dell’ammiragliato. Hanno gli occhi liquidi per il khat (foglie e germogli della Catha edulis, dalle capacità stupefacenti) e indossano i cappelli rossi del Real Madrid, per riconoscersi e non spararsi addosso. Non esistono divise ufficiali: questa guerra si combatte con gli infradito e il kalashnikov. «Dobbiamo individuare le basi costiere dei pirati. E distruggerle», ci spiega l’ammiraglio. «Se disponessimo del 5% della flotta internazionale che oggi pattuglia le acque somale, avremmo eliminato il problema da tempo. Ma abbiamo bisogno di aiuto: servono uomini, armi, computer. Soprattutto servono le navi. Dove sono le nostre? Non sappiamo. Rubate…».

 

Nel piazzale sabbioso, sovrastato da quel che resta di due torri di segnalazione, 500 giovani marinai, addestrati a Gibuti, giurano fedeltà al loro paese.

 

Legami qaidisti

11 settembre, ore 23.37. Il primo di una lunga serie di tiri di mortaio colpisce l’Ospedale Martini, nella parte sud di Mogadiscio: 15 i morti, decine i feriti. Il secondo raggiunge le carceri, poco distanti: 3 morti e 5 feriti. Tiri di aggiustamento, in gergo. Le milizie di al-Shabaab cercano di colpire il porto. Una nave militare, di cui non siamo riusciti a scoprire la nazionalità, sta scaricando armi per le forze dell’Ua e del Tfg. I nuovi ingressi di Sheikh Ali Dhere nella leadership di al-Shabaab e di Sheik Hassan Dahir Aweys alla presidenza dell’Hizbul Islam, sembrano aver ulteriormente radicalizzato la posizione delle milizie fondamentaliste. Entrambe appartengono al clan guerriero degli abr-ghedir, lo stesso di Mohamed Farah Aidid, già capo assoluto di Mogadiscio dal 1991 al 1996, quando fu ucciso in un combattimento. Considerato dai cittadini di Mogadiscio come un clan costituito principalmente da pastori guerrieri, poco o nulla emancipati, costituisce l’ossatura della forza militare di al-Shabaab. Per quanto questo cambio al vertice renda potenzialmente possibile una fusione dei due gruppi estremisti, al momento i contrasti tra le due fazioni sono tali da rendere molto improbabile che ciò avvenga.

 

Al-Shabaab combatte per la creazione di uno stato fondamentalista, che prevede l’applicazione stretta della shari‘a (legge islamica), simile al modello perseguito dai talebani in Afghanistan. Ad oggi, nessuno può stabilire con certezza se “la Gioventù” sia legata ad al-Qaida o sia un fenomeno prettamente somalo. Esistono, però, elementi a favore della tesi qaidista che non possono essere ignorati.

 

Le fonti somale da noi contattate sostengono che i ribelli sono finanziati e supportati, in uomini e armi, da al-Qaida. Combattenti stranieri, con passaporto afghano, pakistano e yemenita, ma anche inglese e statunitense, combattono a Mogadiscio tra le fila di al-Shabaab. L’attentato suicida del 17 settembre al campo-base dell’Amisom di Mogadiscio (21 morti: 12 militari burundesi, 5 ugandesi e 4 civili somali) sembra confermare definitivamente, per implicita ammissione dei vertici di al- Shabaab, questa ipotesi. La rivendicazione parla, infatti, di una vendetta per l’uccisione, nel corso di un blitz statunitense in Somalia, del terrorista qaidista Saleh Ali Nabhan, responsabile dell’attentato del 2002 all’albergo israeliano di Mombasa (Kenya). Il modus operandi dei fondamentalisti, in campo militare, è tipico di al-Qaida.

 

Difficile fare previsioni sul futuro di Mogadiscio e della Somalia. Le istituzioni poggiano su alleanze claniche precarie e soffrono per la mancanza di una lucida interpretazione della situazione. L’Unione africana, dopo il duro colpo subito, nel corso delle ultime settimane ha radicalizzato i propri interventi, facendo ricorso all’artiglieria pesante, con conseguenze drammatiche per i civili.
Milizie indipendenti, agli ordini di free lance del crimine, operano nella capitale, e nessuno sembra in grado di controllarle.
E la Somalia continua a essere abbandonata a sé stessa.

 



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