Scandalo all’ambasciata in Cina
Appropriazione di aiuti umanitari, compravendita di visti, traffico di armi. Mentre i miliziani islamisti avanzano, il governo di transizione somalo sprofonda sempre più negli scandali per corruzione. L’ultimo riguarda un presunto legame tra l’ambasciatore somalo a Pechino e la criminalità organizzata cinese.

Dopo lo scandalo denunciato dall’Onu che riguardava la compravendita di visti concessi dall’Ambasciata italiana di Nairobi ad alti funzionari somali, ora è il turno dell’ambasciata somala di Pechino.

La truffa riguarderebbe l’appropriazione indebita di beni statali e di aiuti destinati alla formazione di giovani somali in Cina.
Al centro della frode, secondo quanto riportato da alcuni media somali e asiatici, ci sarebbe l’ambasciatore somalo Mohamed Awil, insieme a due suoi funzionari, accusati di essersi appropriati del denaro destinato ad aiutare gli studenti somali in Cina.

A tutto questo si aggiungerebbe anche l’accusa di aver concesso auto diplomatiche dell’ambasciata a noti gruppi criminali mafiosi cinesi. Le autorità di Pechino avrebbero rilevato, secondo i media somali, un legame tra l’ambasciatore Awil e queste organizzazioni criminali, implicate in omicidi, rapine e traffico di droga.

Una fonte governativa somala, rimasta anonima, avrebbe confermato l’esistenza di un’indagine in merito, precisando che il presidente Sheik Sharif Ahmed è stato informato della vicenda. L’ambasciatore Awil, raggiunto telefonicamente, non avrebbe rilasciato alcun commento.

Intanto il paese è ancora sconvolto da bombe e morti. I combattimenti nella capitale, Mogadiscio, si fanno sempre più intensi. I miliziani islamisti giurano che prenderanno il controllo di tutto e di tutti nelle regioni centrali, dove un movimento, Ahlu Sunna Waljamaa (Asw), sta combattendo le ultime battaglie di una guerra che doveva essere invece combattuta dal presidente Ahmed.

Il gruppo radicale di Al Shabaab, i “Giovani”, una formazione legata alla rete internazionale di Al Qaeda, avanza e fa proseliti per la prima volta in modo trasversale, tra membri di clan diversi.
La grande offensiva annunciata in pompa magna dal governo di transizione somalo (Tfg) ancora non si vede.

Non c’è traccia neanche del fantomatico esercito somalo: centinaia di giovani addestrati e armati dalla comunità internazionale, che, appena tornati in patria, rimangono senza stipendio e si vendono come mercenari al miglior offerente. Lo ha denunciato in svariate occasioni il Monitoring Group, organismo incaricato dalle Nazioni Unite di controllare l’applicazione dell’embargo sulle armi imposto sul paese.

Nella capitale, sono i soldati della locale missione dell’Unione Africana (Amisom) a fare i gendarmi del paese. A proteggere Villa Somalia, i ministri e la loro unica via di fuga (l’aeroporto) ci sono schierati 5 mila caschi verdi ugandesi e burundesi, insieme a tank e mezzi di artiglieria.

Mentre l’Amisom combatte al posto degli ex signori della guerra (ora membri del Tfg), all’estero, vassalli e valvassori si sforzano di trarre il maggior vantaggio possibile prima del prossimo cambio al vertice.