In Somalia il 25 dicembre 2025 passerà alla storia come il giorno in cui, per la prima volta dopo 56 anni, si è votato con la modalità del suffragio universale.
Ogni votante ha infatti espresso il proprio voto recandosi personalmente alle sezioni elettorali. E non era scontato, per questioni organizzative ma soprattutto per questioni di sicurezza.
In precedenza nel paese si erano svolte elezioni indirette, in cui, sostanzialmente, erano le leadership dei clan in cui è suddivisa la popolazione a designare i parlamentari, che a loro volta eleggevano il presidente.
Le ultime elezioni a suffragio universale si erano svolte nel 1969, pochi mesi prima che un colpo di stato aprisse l’era del generale Siad Barre. Il militare è poi rimasto al potere per i successivi 22 anni, fino al 1991 e allo scoppio della guerra civile.
Non è necessario sottolineare l’importanza di un’elezione a suffragio universale, che conferma la positiva evoluzione della situazione politica nel paese, nonostante le sfide per la sua stabilità ancora aperte. Il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, le ha definite «un nuovo capitolo» nella storia della Somalia.
Alle urne tra imponenti misure di sicurezza
Il 25 dicembre si è votato a Mogadiscio, la capitale, e nella regione del Benadir, che coincide grossomodo con la capitale stessa. Si è trattato di elezioni amministrative: i votanti hanno eletto i rappresentanti dei cittadini nei consigli amministrativi dei distretti in cui è suddiviso il territorio.
Le consultazioni costituiscono il primo passo di un lungo percorso che dovrebbe portare alle elezioni politiche, con suffragio universale, entro la fine dell’anno.
A Mogadiscio il voto ha infatti costituito un test, tutto sommato, positivo. Le urne sono state aperte alle 6 del mattino ma i votanti avevano già formato lunghe code davanti ai 523 seggi in cui deporre le schede.
Gli elettori hanno dovuto scegliere 390 rappresentanti, per 16 distretti, tra poco più di 1.600 candidati in 20 liste. Le misure di sicurezza erano imponenti, dato il pericolo di attentati terroristici sempre incombente sulla città: schierati circa 10.000 poliziotti, imposto il coprifuoco e limitati gli ingressi e i movimenti dei veicoli.
Secondo i dati ufficiali della commissione elettorale, si sono recate alle urne 233.314 persone (ma gli iscritti alle liste elettorali sarebbero stati 923.220). I voti validi sono stati 210.586; quelli non validi o nulli 22.728, il 9,7% del totale.
Vince il partito del presidente Mohamud
La vittoria, con il 46,7% dei voti, è andata al Justice and Solidaritity Party, (JSP), guidato dal presidente in carica, Hassan Sheikh Mohamud, che ne è anche il candidato alla presidenza.
Il partito è nato all’inizio del 2025 ed è stato presentato ufficialmente in maggio alla presenza di molti politici e personaggi influenti del paese. Altri partiti sono nati nel corso dello scorso anno, proprio per poter competere al meglio in una elezione a suffragio universale.
Alle spalle del JSP, si sono spartiti la gran parte delle preferenze tre partiti (Towfiiq 14,2%; Ramaas 10,7%; Karaama 9,7%).
Alcuni giorni dopo i risultati sono stati corretti a seguito dell’individuazione di alcuni problemi tecnici, ma nulla, o quasi, è cambiato nella posizione delle liste elettorali, nonostante le ovvie polemiche scatenate dalla revisione.
Bilancio positivo
Secondo diversi osservatori, l’esercizio elettorale svoltosi il 25 dicembre a Mogadiscio può essere considerato positivo.
Ad esempio, il giornalista Zakaria Hassan lo ha affermato in un articolo pubblicato sul sito DawanAfrica, che approfondisce le notizie da Somalia, Etiopia, Gibuti e Kenya. Il cronista sostiene che va apprezzata in prima istanza l’organizzazione, che ha visto impegnate più di 5mila persone, incaricate di far funzionare il sistema.
Questo, a suo parere, risponde ai critici che a lungo hanno messo in dubbio la competenza e l’integrità delle istituzioni elettorali somale.
Anche la sicurezza, spesso portata come scusa per limitare la partecipazione dei cittadini, è stata garantita. E infine tutto il processo è stato deciso e portato avanti in Somalia, senza l’intervento, spesso invasivo, della comunità internazionale. Certo il processo elettorale non è stato perfetto, conclude, ma ha superato la soglia che lo ha reso sicuro e i suoi risultati accettabili.
Le voci critiche e il boicottaggio di Jubbaland e Puntland
Vedremo se il giudizio positivo potrà essere esteso anche nei prossimi mesi, quando si svolgeranno le elezioni amministrative negli altri stati che compongono la federazione somala.
Ma non in tutti. Jubbaland e Puntland hanno dichiarato che boicotteranno l’attuale processo elettorale, giudicato troppo accentrato nelle mani del governo centrale e non sufficientemente inclusivo e trasparente.
Contrari anche alcuni importanti politici. Tra di loro due ex presidenti. Sheikh Sharif Sheikh Ahmed – presidente dal 2009 al 2012 e ancor prima capo dell’Unione delle corti islamiche (ICU) che hanno governato il paese fino al 2006, quando furono cacciate da Mogadiscio dall’esercito etiopico – ne ha parlato come di «un processo escludente» che manca di legittimità.
Invece Mohamed Abdullahi Mohamed, conosciuto come Farmaajo – presidente dal 2017 al 2022 – ha descritto queste elezioni come pericolose, perché «aprono le porte a pericoli che minacciano la sicurezza del paese».
Chi si oppone all’attuale percorso elettorale si è incontrato nei giorni scorsi a Kisimaio, nel Jubbaland, e, pur lasciando la porta aperta a negoziati per elezioni condivise, ha minacciato di andare al voto con le proprie modalità.
Secondo alcuni, tra cui Mahad Wasuge, direttore esecutivo del centro di ricerca Somali Public Agenda, di base a Mogadiscio, stante le contestazioni e le precarie condizioni di sicurezza, quello di Mogadiscio potrebbe essere un voto più simbolico che effettivo.
Solo i prossimi mesi ci diranno se la Somalia avrà vinto la scommessa di un’elezione a suffragio universale, pietra miliare nella storia della sua uscita da una crisi politica e di governance lunga mezzo secolo.