Non solo Hormuz. La guerra scatenata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran agita sempre più anche le acque del Golfo di Aden, strategica via di accesso al transito commerciale nel Mar Rosso.
La tensione nel Corno d’Africa è cominciata a salire lo scorso dicembre dopo il riconoscimento, da parte di Tel Aviv, della piena sovranità del Somaliland, lo stato posto all’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, di fatto indipendente dal 1991 ma che il governo della Somalia continua a considerare parte integrante del proprio territorio. E che finora nessuna nazione al mondo aveva riconosciuto come uno stato sovrano.
La temperatura è aumentata a partire dal 15 aprile, con la nomina da parte di Israele del suo primo ambasciatore ad Hargeisa, Michael Lotem, diplomatico con una lunga esperienza in Kenya.
Una mossa condannata dall’Unione Africana, ma anche da dodici paesi dell’area islamica, tra cui il Pakistan – mediatore in queste settimane delle complicate trattative tra Iran e Stati Uniti -, Arabia Saudita, Egitto e Turchia – solidi alleati di Mogadiscio – che denunciano “misure unilaterali che minano la sovranità e l’integrità territoriale dello stato somalo”, minacciando la stabilità di tutta la regione.
Le minacce yemenite
Stabilità messa ulteriormente in pericolo dai recenti interventi delle milizie houthi che governano lo Yemen meridionale con il sostegno di Teheran, il cui ministero degli Esteri ha descritto la presenza israeliana nel Somaliland come una “linea rossa”, riferendosi alla possibilità – peraltro alquanto concreta – che Tel Aviv stabilisca una sua base militare nel paese, una mossa, ha fatto notare il ministero, che minaccerebbe l’unità e l’indipendenza della Somalia.
Dichiarazione, quest’ultima che rappresenta una novità nella retorica politica degli houthi, che fino ad oggi non si erano mai espressi pubblicamente a sostegno dell’unità territoriale del governo federale somalo. E che pongono Mogadiscio in una pericolosa situazione, in cui ogni mossa contro il Somaliland e i suoi rapporti con Israele rischia di fare il gioco dell’Iran e degli yemeniti.
Della possibilità che il Somaliland conceda a Israele parte del suo territorio per l’insediamento di una base militare aveva parlato il mese scorso il ministro della presidenza del paese, Khadar Hussein Abdi, che intervistato da Bloomberg si era dimostrato possibilista, affermando che la questione “sarà analizzata a tempo debito”, aggiungendo che Hargeisa avrebbe perseguito una “relazione strategica” con Tel Aviv che includesse la cooperazione in materia di sicurezza.
Sicurezza già minacciata concretamente a partire dalla fine di marzo, dopo che gli houthi avevano annunciato di considerare la presenza israeliana in Somaliland come un obiettivo legittimo, facendo partire i primi missili contro la regione.
Più recenti sono state invece le minacce del regime degli ayatollah di bloccare il commercio nel Mar Rosso se gli Stati Uniti non allenteranno il blocco dei porti iraniani.
Dichiarazioni simili a quelle fatte nei giorni scorsi dal presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud con la minaccia di ritorsioni contro il traffico marittimo legato a Israele e il blocco dello stretto di Bab el-Mandeb.
Il ruolo di Ankara
A giocare un ruolo chiave in questa delicatissima partita geopolitica è la Turchia a cui nel 2024 Mogadiscio ha affidato il controllo militare delle proprie coste – oltreché importanti esplorazioni petrolifere offshore – e che negli ultimi mesi ha fortemente rafforzato la sua presenza militare in Somalia.
Turchia che, secondo indiscrezioni di stampa, avrebbe pianificato da tempo la costruzione di un’altra sua base militare a Las Qoray, nella regione di Sanaag, nel nordest della Somalia, contesa e teatro di una battaglia nel 2008 tra le forze del Somaliland e dello stato federato del Puntland e parte del neonato Northeastern Somali Regional State.
Le trattative con Mogadiscio, avviate lo scorso dicembre, si sarebbero poi arenate, ma potrebbero riprendere slancio grazie ai più recenti sviluppi nell’area, rappresentando una svolta importante negli equilibri di potere e di sicurezza regionali nel Golfo di Aden.