Gli scontri continuano: almeno 14 vittime nell'ultimo fine settimana
Il nuovo presidente Ahmed punta sul dialogo per ottenere la riconciliazione nazionale, anche introducendo la sharia nel paese. Ma l’opposizione islamista è divisa tra chi vuole sedersi al tavolo con il governo e chi vuole continuare il conflitto.

Riconciliazione: è la parola d’ordine del nuovo corso politico somalo. Dopo il governo di un militare, Abdullahi Yusuf, torna alla presidenza della Somalia un politico: Sharif Ahmed. L’ex leader dell’opposizione islamista ha riacceso le speranze di molti, attraverso un’azione politica di mediazione con gli anziani dei clan del centro e sud del paese, tentando di riunire i due principali sotto clan degli Hawiye che si contendono la capitale: gli Haberghedir e gli Abgal. Appartenente al potente clan di Mogadiscio, gli Abgal, Ahmed è stato a capo dell’Unione delle Corti Islamiche ed è stato uno dei principali protagonisti degli accordi che a Gibuti hanno sancito l’ingresso di parte dell’Alleanza per la Riconciliazione della Somalia (Ars) nel parlamento somalo. Dopo un esilio durato tre anni, preceduti dall’esecutivo, i deputati somali tornano a riunirsi a Mogadiscio, lasciando Baidoa prima e Gibuti lo scorso venerdì. Il rientro, in febbraio, del presidente Sharif Ahmed è stato “salutato” dai miliziani dell’opposizione con un aumento degli attacchi, che hanno portato alla morte di 69 persone ed al ferimento di altre 90, in soli due giorni, tra il 23 e il 25 febbraio. Durante i combattimenti hanno perso la vita anche 11 peacekeepers burundesi della locale missione di pace del’Unione Africana (AMISOM), costituita da poco più di 3 mila soldati, su un totale, inizialmente previsto dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, pari a 8 mila militari. L’Unione Africana dovrebbe tuttavia lasciare presto il posto ad una missione direttamente gestita dalle Nazioni Unite, prevista entro giugno. È in questa prospettiva, infatti, che il Consiglio per la sicurezza e la pace dell’UA ha deciso, lo scorso 13 marzo, di prorogare di tre mesi il mandato dell’AMISOM, in scadenza il prossimo 17 marzo. Nella stessa occasione il Consiglio ha chiesto alle Nazioni Unite la revoca dell’embargo sulle armi nei confronti del solo governo di transizione, al fine di ristabilire la sicurezza nel paese.

“Hit-and-run” è la principale tecnica di combattimento in Somalia: piccoli gruppi di miliziani muniti di armi facilmente trasportabili, come mortai e granate, ingaggiano scontri di “bassa intensità” con convogli o basi militari, per poi dileguarsi tra la popolazione. Poche decine di persone sono in grado di tenere così sotto scacco la capitale per settimane. L’embargo sulle armi, in vigore dal 1992, ha fatto sì che il conflitto somalo non evolvesse in una sorta di olocausto, con scontri di più ampia portata. Nonostante l’embargo, infatti, secondo l’ultimo rapporto del gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite sulla sicurezza in Somalia, sono proprio le forniture, più o meno ufficiali, al governo di transizione, la principale fonte di approvvigionamento per le numerose fazioni in conflitto. L’altissimo livello di corruzione nell’amministrazione non ha permesso il funzionamento efficiente dei canali di controllo e pagamento dei soldati formati negli ultimi anni, alimentando così un fenomeno di diserzioni di massa. Su 17 mila soldati formati durante la presidenza di Abdullahi Yusuf, 14 mila hanno disertato portando con sé il proprio equipaggiamento.

Svuotare di ogni contenuto ideologico il conflitto: questo è l’obiettivo dell’attuale azione di governo del nuovo presidente Sharif Ahmed, che si è detto pronto a presentare nella prossima seduta del parlamento, la proposta di introdurre la sharia (legge coranica) nell’ordinamento, attraverso un emendamento costituzionale. Tendendo la mano agli oppositori radicali, Ahmed ha suscitato anche l’effetto di dividere i principali antagonisti in micro gruppi armati, in lotta tra loro stessi. Hizb al Islamiya, Partito islamico, è la “casacca” indossata da vecchi e nuovi oppositori, impegnati in negoziati con Ahmed. Al Shabaab, rimane invece il gruppo più oltranzista, collegato, inoltre, con i movimenti irredentisti dei somali dell’Ogaden, nel sud dell’Etiopia.

Che qualcosa sia cambiato negli equilibri interni all’opposizione islamista in Somalia, lo dimostra anche l’intervento, in prima persona, di niente meno che il numero due di Al Qaeda, il medico egiziano Ayman Al-Zawahiri, che, attraverso un messaggio audio lanciato nel febbraio scorso, ha invitato i miliziani islamisti alla lotta contro il governo di transizione e i soldati dell’UA. Sintomo delle profonde divisioni sono anche gli scontri avvenuti tra il 14 e il 15 marzo nel centro della Somalia, dove i guerriglieri di Al Shabaab hanno affrontato i miliziani di Ahlu sunah Wal jamea, causando la morte di almeno 14 persone.

Per approfondire (usa motore in alto):

Somalia: istituzioni allo sfascio 16/12/2008

Somalia: nuovo accordo 27/11/2008