«Un giorno storico per la Somalia». Con queste parole il presidente Hassan Sheikh Mohamud ha salutato ieri, 4 marzo, l’approvazione da parte del Parlamento della nuova Costituzione.
Un voto, osteggiato e boicottato dalla coalizione di opposizione, che segna il completamento di un lungo e tormentato processo di revisione e modifica della Costituzione provvisoria del 2012 che ha interessato le disposizioni di tutti i suoi tredici capitoli, ridefinendo, tra l’altro, la governance e gli equilibri del sistema federale.
La riforma più significativa tra quelle varate – e anche la più contestata dagli oppositori – è quella che introduce, dopo oltre mezzo secolo, il sistema elettorale a suffragio universale che permetterà per la prima volta ai cittadini di eleggere i membri del Parlamento.
Fino a ieri, infatti, in Somalia vigeva un sistema di voto basato sulle appartenenze claniche ed erano gli esponenti di tali clan a nominare deputati e senatori, i quali a loro volta eleggevano il capo dello stato.
Anche con le nuove norme sarà il Parlamento a eleggere il presidente, il quale sceglierà il primo ministro, la cui nomina potrà essere però revocata dall’Assemblea Nazionale.
Un altro punto controverso introdotto è l’estensione di un anno (da 4 a 5) del mandato del Parlamento (che scade il 14 aprile) e del presidente (in scadenza il 15 maggio), cosa che potrebbe far slittare di 12 mesi le elezioni previste a giugno.
Uno scenario che sembra ricalcare quanto avvenuto nell’aprile 2021, quando l’allora presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo (il cui mandato ufficiale era scaduto a febbraio), approfittando dello stallo nel dialogo politico sulle elezioni, si era fatto prorogare il mandato per altri due anni.
All’epoca le tensioni tra Farmajo e l’allora primo ministro Mohamed Hussein Roble – e rispettivi clan – sfociarono in scontri armati e operazioni minatorie che coinvolsero polizia e funzionari dell’intelligence a Mogadiscio.
Cresce la tensione con Puntland e Jubaland
E proprio in un hotel della capitale che ospitava alcuni membri del Parlamento hanno fatto una violenta irruzione la notte scorsa le forze di sicurezza, arrestando Ahmed Abdi Mahmoud Hurre, alto consigliere del presidente della regione semi-autonoma del Puntland, accusato di essere coinvolto in attività che minacciano la sicurezza nazionale.
Secondo quanto riporta sito somalo d’informazione Garowe Online, il bliz avrebbe interrotto una riunione segreta tra Hurre e altri parlamentari.
Il fatto si inserisce in un contesto di annose, crescenti tensioni tra il governo federale e le autorità del Puntland che ritengono le riforme costituzionali un sistema per accrescere il potere del capo dello stato e del Parlamento federale.
Il presidente Said Abdullahi Deni e i parlamentari che rappresentano la regione nell’Assemblea Nazionale di Mogadiscio alla vigilia del voto in Parlamento avevano diffuso un comunicato nel quale respingevano il processo “unilaterale” di revisione voluto da Sheikh Mohamud, definito “illegale” e “non consensuale”.
“Ogni emendamento fatto senza consultazioni inclusive e consensuali è nullo”, si legge nella nota. “Il Puntland non è parte di questi cambiamenti che non saranno implementati nella nostra giurisdizione”.
Dello stesso avviso l’altro stato federale che da anni si oppone alle riforme: il Jubaland. Anche le autorità di Kisimayo hanno infatti dichiarato di non riconoscere le modifiche “apportate senza un ampio consenso nazionale”.
Sia i legislatori del Puntland che quelli del Jubaland hanno boicottato le votazioni in Parlamento.
Secondo le nuove norme il sistema elettorale a suffragio universale dovrebbe essere applicato anche ai sistemi elettorali dei singoli stati federali, in cui ancora vige il vecchio sistema clanico.
La sfida elettorale
Riuscire però a organizzare le prime elezioni a cui prenderanno parte i cittadini e le cittadine somale resta una sfida enorme dal punto di vista della sicurezza e della logistica, in un paese che vede ancora larghe porzioni di territorio controllate dal movimento jihadista al-Shabaab e caratterizzato dalla carenza di infrastrutture.
Un primo passo storico è però già stato fatto lo scorso 25 dicembre, quando a Mogadiscio e nella regione di Benadir si sono svolte le prime elezioni amministrative a suffragio universale dopo oltre 50 anni.