L’aumento di azioni di pirateria nel Golfo di Aden, tra il nord della Somalia e lo Yemen meridionale, sta facendo crescere le tensioni tra il governo di Mogadiscio e le autorità dello stato settentrionale semi-autonomo del Puntland.
L’ultima di una lunga serie di accuse lanciate nelle ultime settimane dal governo di Garowe contro Villa Somalia nasce da un’operazione militare condotta dalle forze armate somale e dagli alleati turchi nelle acque del Puntland che ha portato alla liberazione di una nave mercantile catturata il 17 agosto.
Le autorità del Puntland sostengono che il governo federale e la Turchia avrebbero pagato un riscatto per ottenere il rilascio della nave battente bandiera camerunese MV LUTUF, partita dalla Turchia alla fine di luglio e diretta, secondo i dati di tracciamento marittimo, al porto tanzaniano di Dar es Salaam.
Secondo quanto riportato da Associated Press, che cita un funzionario somalo anonimo, l’imbarcazione avrebbe trasportato armi turche e apparecchiature di comunicazione e satellitari destinate a un centro di addestramento militare turco a Mogadiscio.
Un carico, dunque, che andava recuperato ad ogni costo.
Il ministero della Difesa somalo aveva invece annunciato la sua liberazione in seguito a un’operazione militare congiunta nella quale sarebbero stati uccisi 14 presunti pirati e distrutte quattro loro imbarcazioni.
Sul fronte opposto, nel denunciare il pagamento di un riscatto, il ministero della Sicurezza del Puntland ha condannato l’uccisione anche di alcuni civili.
Lo stesso ministero ha fatto sapere – senza però fornire prove concrete – d’averlo scoperto in seguito al monitoraggio delle conversazioni tra alti ufficiali del governo somalo e i sequestratori, che avevano chiesto il pagamento di 2 milioni di dollari per il rilascio dell’imbarcazione e dei 10 componenti dell’equipaggio: sei indiani, un turco, un georgiano e due guardie di sicurezza serbe.
Gli accordi Mogadiscio – Ankara e il nodo idrocarburi
A rincarare la dose è stato poi lo stesso presidente del Puntland, Said Abdullahi Deni, che ha dichiarato inaccettabile il fatto che operazioni anti-pirateria condotte da entità straniere vengano utilizzate per giustificare una militarizzazione delle sue acque.
Deni ha anche aggiunto di ritenere che tali “entità straniere” cerchino in ogni modo di sfruttare le risorse marine del Puntland. “L’intenzione – ha detto il presidente – è di estrarre le nostre risorse attraverso il dispiegamento di forze militari davanti alle nostre coste, sostenendo che il Puntland non sia in grado di proteggersi dalla pirateria”.
A partire dal settembre 2017, il governo somalo e Ankara hanno stretto rilevanti accordi strategici, tanto da far sostenere ad alcuni analisti che la Somalia sia stata trasformata, di fatto, in una dependance della Turchia in Africa.
Uno di questi accordi, siglato nel febbraio 2024, riguarda la cooperazione in materia di difesa e prevede, tra l’altro, il dispiegamento della marina militare di Ankara a protezione delle acque territoriali della Somalia.
Parallelamente, il governo di Erdogan ha anche ottenuto licenze di sfruttamento del 30% delle risorse – petrolio e gas – della zona economica marittima della Somalia, tra cui rientrerebbero anche quelle presenti nelle acque profonde prospicenti il Puntland. Cosa che risulta indigesta alle autorità dello Stato semi-autonomo, che rivendicano il diritto di piena gestione del proprio territorio.
Aumento della pirateria e minacce yemenite
Questo quadro, già di per sé complesso, si inserisce nel contesto di un aumento di azioni di pirateria nel Golfo di Aden, che hanno raggiunto il livello più alto dal 2013, secondo dati dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO).
Un incremento dovuto prevalentemente alle attività del movimento filo-iraniano degli houthi nello Yemen iniziate con i bombardamenti israeliani su Gaza e ravvivate in seguito agli attacchi statunitensi sull’Iran con la minaccia di attacchi a imbarcazioni saudite, iraniane e statunitensi in transito dal Mar Rosso al Golfo di Aden.
I rapporti e i legami tra gli houthi e movimenti filo-iraniani nel nord della Somalia sono ben documentati anche in un recente rapporto del think thank indipendente Century Foundation, di cui scriveremo a breve.
I dati raccolti dalla IMO riportano almeno 15 attacchi segnalati dall’inizio dell’anno nel Golfo di Aden, nel Mar Arabico e nell’Oceano Indiano entro un raggio di 2.000 chilometri dalla Somalia, 8 dei quali avvenuti a partire da maggio.
L’ultimo sequestro è quello della SEAMULL, avvenuto il 20 agosto. L’imbarcazione, una peroliera battente bandiera di Palau e gestita da una società con sede negli Emirati Arabi Uniti, sanzionata in passato per aver trasportato illegalmente greggio iraniano, è stata catturata ad est di Al Mukalla, nello Yemen, e sarebbe poi stata costretta a dirigersi verso le coste della Somalia. A bordo 20 persone di varie nazionalità.
Attualmente, dopo il recente dissequestro della MV LUTUF, sarebbero ancora nelle mani dei sequestratori 5 navi e oltre 80 marittimi.
Un allarme è stato lanciato anche dal segretario generale dell’IMO, Arsenio Dominguez, che ha descritto un rapido deterioramento della sicurezza, evidenziando come queste zone stiano diventando sempre più pericolose e chiedendo un nuovo rafforzamento della cooperazione navale internazionale, in passato decisiva nel contenere la pirateria somala.
Tra queste la missione europea EUNAVFOR Atlanta che dal dicembre 2008 pattuglia quelle acque a protezione di una delle principali rotte di transito commerciale del mondo.