Nominato il nuovo parlamento
La Somalia, legittimata dalla comunità internazionale, si dà nuove istituzioni e politici nominati. Il paese si prepara a vendere i diritti sullo sfruttamento del petrolio nel nord mentre il territorio è controllato da mercenari, militari dell’Unione Africana e estremisti islamisti.

Sono 180 i costituenti che, lo scorso 1 agosto, hanno pensato di avere di meglio da fare che recarsi a testimoniare il proprio voto per la nuova Costituzione della Somalia, approvata con una maggioranza di 621, 13 contrari e 11 astenuti. Ha esordito così, nel suo primo atto solenne, la nuova Assemblea nazionale costituente (Anc) somala, per la prima volta nella storia di oltre due decenni di conflitto civile, riunita a Mogadiscio. Composta da 825 membri, l’Anc è stata nominata da una gruppo di 135 anziani, rappresentativi di tutti i clan, incaricato di selezionare una lista di 275 deputati, che dovrà passare a sua volta al vaglio di un comitato tecnico delle Nazioni Unite, in grado di escludere criminali e signori della guerra dal nuovo Parlamento.

La complessa architettura di governo è stata elaborata, sotto la mediazione del rappresentante speciale dell’Onu per la Somalia, Augustine Mahiga, attraverso una roadmap costruita in 5 accordi siglati tra la fine del 2011 e il 2012 a Kampala, Garowe, Galkaio e Adis Abeba dal presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed (nella foto al centro), il primo ministro Abdiweli Mohamed Ali (nella foto a destra), il presidente del parlamento Sharif Hassan Sheikh Aadan (nella foto a sinistra), il presidente della regione settentrionale del Puntland, Abdirahman Mohammed Faroole, il governatore della regione centrale di Galmudug Ahmed Mohammed Alin e il rappresentante del gruppo armato islamista moderato Ahlu Sunna wal-Jamaa, Abdiqadir Mu’alim Noor. Gli stessi sei firmatari hanno inoltre elaborato i criteri per la composizione del gruppo dei 135 anziani, sulle cui decisioni pende tuttavia il diritto di veto del comitato tecnico nominato dall’Onu. In concreto, le intese hanno fatto del paese una grande “S.p.A.” controllata da un “consiglio” di nominati.

Nonostante le intimidazioni e i tentativi di corruzione denunciati dallo stesso Mahiga, le nuove istituzioni sono state in grado, per il momento, di produrre la Carta fondamentale e una lista di oltre 200 deputati, insediati lo scorso 20 agosto, che dovranno eleggere un nuovo presidente. La comunità internazionale ha espresso entusiasmo per i risultati raggiunti, nonostante i precedenti tentativi di pacificare il paese lascino sullo sfondo un radicato pessimismo nella popolazione.

Da lunedì, il Governo federale di transizione somalo, dopo otto anni, come previsto dagli accordi internazionali, ha chiuso i battenti cedendo il passo alla celebrazione del “nuovo”. «Dopo venti anni di sofferenze la Somalia finalmente volta pagina», ha dichiarato, mercoledì 22 agosto, il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, che prosegue: «Il raggiungimento di questo traguardo è il risultato dell’impegno di numerosi attori: il popolo somalo innanzitutto». Un popolo costretto a spettatore inerme, che assiste al processo di selezione senza potervi partecipare a causa dell’insicurezza.

La novità più importante, rispetto alle istituzioni che si sono succedute negli ultimi 21 anni di guerra civile in Somalia, è contenuta in una “T”, scomparsa dall’acronimo di governo, che cessa, dunque, di essere “transitorio”. Le nuove istituzioni e il nuovo esecutivo saranno, infatti, pienamente legittimi di fronte alla comunità internazionale e autorizzati a siglare accordi in grado di vincolare il paese senza “date di scadenza” preordinate.

Amministrata dal governo indipendentista del Somaliland nel nord e occupata dagli estremisti appartenenti al movimento islamista di Al Shabaab nel centro e sud, la Somalia deve la sicurezza delle aree sotto controllo governativo ad un esercito di società di mercenari – come testimonia l’ultimo rapporto del Gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite sulla Somalia – alle truppe etiopiche e ai caschi verdi kenyani, ugandesi e burundesi sotto la bandiera dell’Unione Africana.

Nel paese “incoronato” da Transparency International come il più corrotto al mondo il piatto si prevede ricco. Le nuove istituzioni potranno infatti siglare contratti legittimi per la concessione dello sfruttamento degli oltre 3,5 miliardi di barili di petrolio stimati dall’australiana Range Resources Ltd nel sottosuolo delle regioni settentrionali di Nugaal e Daharoor. Potranno inoltre essere delimitati i confini marittimi di sfruttamento con il vicino Kenya, oggetto di una lunga contesa, culminata, lo scorso luglio, con la firma di un accordo tra Nairobi e l’italiana Eni per l’esplorazione di tre blocchi contestati al largo del confine tra i due paesi.

Infine, lo stabilisce la nuova Costituzione, le frontiere della Somalia potranno essere ridiscusse in un secondo momento, rinviando, dunque, la questione del Somaliland, autoproclamatosi indipendente nel 1991.
Si tratta tuttavia di una «pietra miliare nel processo di riconciliazione», secondo l’Onu, l’ennesima.