Somalia: scontri a Mogadiscio, si aggrava la crisi politica - Nigrizia
Conflitti e Terrorismo Politica e Società Somalia
L'estensione del mandato del presidente Mohamud fa ripiombare la capitale somala nel baratro di pesanti combattimenti tra milizie e forze di sicurezza
Somalia: scontri a Mogadiscio, si aggrava la crisi politica
Mentre le dinamiche politiche si surriscaldano, sei milioni di persone affrontano un'insicurezza alimentare acuta
05 Giugno 2026
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti

Le armi sono tornate a dettare legge nelle strade di Mogadiscio. Nelle prime ore del 3 giugno, il fragore dei colpi di mortaio e delle granate ha infranto la fragile stabilità della capitale somala, catapultandola nel peggiore ciclo di violenza degli ultimi anni, con pesanti scontri armati durati fino al giorno successivo. Non si tratta dell’ennesima incursione terroristica dei miliziani di al-Shabaab, bensì di uno scontro interno alle istituzioni dello stato.

A scatenare le ostilità è stata la mossa, ampiamente contestata, del Parlamento bicamerale somalo di estendere di un anno il mandato suo e del presidente Hassan Sheikh Mohamud. Una decisione che le opposizioni, riunite nel Somali Future Council, hanno bollato come un vero e proprio “colpo di mano” istituzionale.

L’illusione del voto universale e la trappola del rinvio

Secondo la Costituzione provvisoria del 2012 il mandato di Mohamud sarebbe dovuto scadere il 15 maggio. Tuttavia, nei mesi precedenti, l’esecutivo ha spinto per una riforma strutturale della stessa Costituzione e del sistema elettorale, approvando il passaggio dal tradizionale e complesso modello indiretto – basato sui collegi dei leader clanici – a un sistema diretto fondato sul principio “una persona, un voto”.

Se sulla carta l’estensione del mandato parlamentare e presidenziale è stata presentata come un passaggio tecnico necessario a organizzare consultazioni a suffragio universale, i rivali politici vi hanno letto un tentativo di consolidamento autoritario del potere.

L’opposizione sottolinea l’irrealizzabilità di elezioni dirette a breve termine in un territorio dove ampie porzioni rurali e snodi stradali strategici rimangono sotto il saldo controllo di al-Shabaab. Il rischio concreto, denunciano i detrattori, è l’estromissione sistematica di milioni di cittadini dal voto, trasformando la democrazia formale in uno strumento di esclusione.

Un’escalation annunciata

La crisi è precipitata quando le forze governative hanno tentato di smobilitare con la forza le milizie private fedeli a due pesi massimi dell’opposizione: l’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed (2009 – 2012) e l’ex primo ministro Hassan Khayre (2017-2020). Le residenze di questi leader, situate nei pressi del palazzo presidenziale, si sono trasformate in vere e proprie fortezze militari urbane.

Poche ore prima dell’attacco Ahmed aveva accusato Mohamud di aver ordinato un assalto militare per eliminarlo, avvertendo che se così fosse stato, avrebbe “risposto al fuoco”. Anche Khayre ha parlato di un tentativo di assassinarlo.

Il ministro della Difesa Ahmed Moallim Fiqi ha invece replicato accusando l’ex primo ministro di aver tentato un colpo di stato.

Ahmed e Khayre erano alla testa di una manifestazione di protesta indetta per il 4 giugno nella capitale.

Grande preoccupazione per le violenze è stata espressa dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dal blocco regionale IGAD, che hanno lanciato appelli per una de-escalation.

I mediatori tradizionali e i potenti capi dei clan, che svolgono un ruolo influente nella politica somala, hanno tentato una negoziazione nelle ultime ore per fermare i combattimenti.

Il fallimento della mediazione diplomatica internazionale, sponsorizzata in extremis da Stati Uniti e Gran Bretagna, e di un dialogo nazionale con le opposizioni a metà maggio, ha lasciato dunque spazio alle armi. Come evidenziato dagli analisti dell’International Crisis Group, l’esplosione della violenza è il risultato inevitabile di una totale assenza di compromesso politico.

In Somalia, dove le istituzioni statali faticano a imporsi come attori neutrali, l’esercito regolare risente pesantemente delle affiliazioni claniche. La mossa del presidente Mohamud ha frammentato nuovamente queste linee di fazione, ricordando per certi versi quanto già avvenuto al termine della presidenza di Mohamed Abdullahi Mohamed “Farmajo”, nell’aprile 2021.

Anche allora Mogadiscio fu scossa da pesanti scontri armati dopo la decisione del Parlamento di prorogare il mandato presidenziale di due anni. All’epoca le tensioni tra Farmajo e l’allora primo ministro Mohamed Hussein Roble – e rispettivi clan – sfociarono in scontri armati e operazioni minatorie che coinvolsero polizia e funzionari dell’intelligence a Mogadiscio.

Il paradosso geopolitico e il dramma umanitario

Mentre Mogadiscio brucia a causa dei giochi di potere della sua classe dirigente, il quadro sociale della Somalia rimane drammatico. Secondo i recenti dati delle Nazioni Unite e delle agenzie umanitarie, la crisi climatica e l’instabilità cronica stanno piegando la popolazione: in Somalia attualmente circa 6 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare acuta e 1,88 milioni di bambini necessitano di cure immediate.

Una profonda crisi interna che contrasta in modo stridente con la crescente rilevanza geopolitica che la Somalia ha assunto nello scacchiere internazionale. Affacciata sul Golfo di Aden e sulle rotte commerciali cruciali che conducono al Mar Rosso, la nazione è considerata un presidio strategico fondamentale, specialmente in una fase storica come quella attuale, segnata da forti tensioni marittime mondiali.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it