Sequestrata nel pieno centro di Mogadiscio il 12 aprile da uomini dell’Intelligence (NISA), portata nella sede del Dipartimento investigativo criminale (CID) e dopo alcuni giorni trasferita senza alcuna accusa formale nel carcere centrale della capitale somala, dove resta detenuta in custodia cautelare per “90 giorni in attesa di indagini”.
La storia di Sadia Moalin Ali è la storia di centinaia di cittadini arrestati e reclusi in Somalia solo per aver espresso pubblicamente le proprie opinioni, criticando le politiche governative.
Sadia ha 26 anni e fa l’autista di tuk-tuk (i piccoli taxi a tre ruote tanto popolari in tutto il continente), un lavoro insolito e difficile per una donna in Somalia. Un lavoro indipendente, scelto dopo un percorso di studi concluso con una laurea in infermieristica e dopo traumatiche esperienze di abusi sessuali presso un ufficio governativo.
La sua è una storia di resistenza e coraggio. Dopo aver perso il padre quando era ancora adolescente, grazie al suo lavoro di taxista Sadia – conosciuta a Mogadiscio come “Sadia Bajaaj” -, insieme al fratello gemello è diventata la principale fonte di reddito per la famiglia, sostenendo la madre e due fratelli minori.
Sadia non ha commesso alcun reato, denuncia il segretario generale del sindacato dei giornalisti somali (SJS) Abdalle Ahmed Mumin, secondo cui l’arresto sarebbe direttamente collegato alla sua pacifica espressione di opinioni sui social media.
“Si è espressa sull’aumento dei prezzi del carburante e sulle difficoltà che affrontano i giovani e le donne in Somalia, in particolare i conducenti di tuk-tuk e le donne disoccupate che faticano a guadagnarsi da vivere”, spiega Mumin.
“In uno dei suoi video, ha denunciato pubblicamente la corruzione del presidente Hassan Sheikh Mohamud e della sua famiglia, nominando i suoi figli che lavorano per il governo federale”, cosa, precisa ancora il giornalista, che è di dominio pubblico.
Ma Sadia probabilmente era già entrata nella lista delle persone “attenzionate” dall’intelligence dopo un precedente arresto avvenuto a marzo, quando lei e altri giovani conducenti di tuk-tuk erano stati fermati dopo aver partecipato a una protesta a Mogadiscio.
I familiari e altre fonti governative confermano che Sadia non è stata formalmente accusata di alcun reato, spiega Mumin. Ma il fatto che sia stata posta in custodia cautelare per tre mesi “solleva serie preoccupazioni in merito a detenzioni arbitrarie e violazioni del giusto processo”.
A far crescere le preoccupazioni per le sue condizioni di detenzione è un audio che la giovane donna sarebbe riuscita a inviare il 20 aprile, in cui afferma di essere stata “detenuta in pessime condizioni, di non aver mangiato per quattro giorni e di non essere riuscita a dormire”.
“Conosco personalmente quelle celle – racconta Mumin – poiché ho vissuto un’esperienza simile nel 2022 e nel 2023, quando sono stato a mia volta sequestrato e sottoposto a un’orribile e disumana esperienza”.
Il giornalista e il sindacato chiedono la liberazione l’immediata e incondizionata di Sadia, sollecitando le autorità somale a garantire la sua sicurezza, la sua dignità e l’accesso alla rappresentanza legale, oltreché un’indagine rapida, trasparente e indipendente sul suo arresto, la sua detenzione e i maltrattamenti di cui è stata vittima.
Ricordando che il caso di Sadia “riflette preoccupazioni più ampie riguardo alla repressione del dissenso pacifico, agli abusi di genere e all’uso improprio delle pratiche di detenzione in Somalia”.