C’è una finzione che pochi osano chiamare per nome: la Somalia è ancora uno stato unito non perché Mogadiscio lo voglia o lo possa. Ma perché altri hanno bisogno che lo sia. Il riconoscimento israeliano del Somaliland ha squarciato il velo su questa impotenza, mostrando quanto sia sottile il filo che tiene insieme un paese la cui integrità territoriale è diventata, di fatto, un affare di bottega altrui.
Dal 1991 la regione del Somaliland si autogoverna. Organizza elezioni, tiene l’ordine, costruisce istituzioni. Più di quanto ha fatto il governo federale. Ma non è riconosciuta, perché significherebbe ammettere che l’unità somala è una convenzione. Non una realtà.
La Turchia non difende l’integrità della Somalia per romanticismo panafricano, ma perché Mogadiscio è la sua testa di ponte nel Corno: basi, porti, influenza. Pechino invoca il “One Somalia” non per solidarietà, ma per coerenza con la propria ossessione anti-secessionista. Il Cairo usa la Somalia come pedina contro Addis Abeba nella guerra dell’acqua sul Nilo.
Ognuno gioca la propria partita: il risultato è uno stato che esiste più sulla carta che sul terreno.
In questo teatro, l’Unione africana recita la parte di custode dei princìpi. Difende l’integrità territoriale, invoca la sacralità dei confini come dogma intoccabile. Ma è una custode senza chiavi. Le missioni di pace dipendono da finanziamenti stranieri, le decisioni spesso restano lettera morta, l’autorità politica è un’eco lontana. L’Ua legittima l’unità della Somalia, certo. Tuttavia, non la produce. Non ha né la forza né gli strumenti per mantenerla.
Tel Aviv ha fatto esplodere questa ambiguità. Riconoscendo il Somaliland, anche Israele non ha agito per amore della democrazia locale, come scrive Giuseppe di Donna nell’articolo a pagina 26. Ha trasformato una questione africana in una tessera del Medioriente, saltando a piè pari l’Unione africana. Ed è questo che spaventa: il precedente. Se il Somaliland diventasse un’eccezione riconosciuta, Puntland e Jubaland vorranno la loro parte. E oltre il Corno, dal Biafra ad Ambazonia a Cabinda, vecchi fantasmi secessionisti tornerebbero a bussare alla porta dell’Ua.
Il tabù dei confini coloniali ha retto finora perché tutti – o quasi – hanno convenuto che fosse meglio un’Africa mal cucita che un’Africa esplosa. Ma reggere su quel tabù senza affrontare le cause delle secessioni – marginalizzazione, cattiva governance, ingerenze esterne – significa solo rimandare il conto.
Il paradosso somalo è questo: uno stato tenuto in piedi da forze che gli sono estranee, che possono cambiare direzione domani mattina, spostando le loro priorità altrove, lasciando l’unità un residuo arcaico.
A complicare il quadro: il 2026 è l’anno delle possibili elezioni politiche nazionali somale. Elezioni che dovrebbero adottare il suffragio universale diretto “una persona, un voto”, abbandonando il sistema clanico indiretto in vigore dagli anni ’60. Un banco di prova per una sovranità che finora è esistita solo in teoria. Se quel test dovesse fallire, il Somaliland da eccezione geopolitica potrebbe diventare detonatore interno.
L’unità somala dunque, come altre realtà africane, non è solo una questione locale: è retta da interessi stranieri che la tengono in vita finché conviene. Poi, si vedrà.
Sacralità dei confini
Nell’Atto costitutivo dell’Unione africana è previsto nell’articolo 4b il principio del rispetto dei confini esistenti al momento dell’indipendenza. È un articolo che serve a evitare che le frontiere tracciate in epoca coloniale vengano rimesse in discussione, con il rischio di conflitti generalizzati. È un principio di stabilità, non di giustizia storica: congela confini spesso arbitrari per impedire che ogni rivendicazione etnica o territoriale degeneri in guerra.
È un principio che si distingue dall’autodeterminazione dei popoli (art. 4a), che riconosce il diritto dei popoli a decidere il proprio destino politico, ma non implica automaticamente il diritto alla secessione.