Mohamed Abdullahi "Farmaajo" (medium.com)

Oggi, lunedì 8 febbraio, il presidente somalo, Mohamed Abdullahi, detto Farmaajo, finisce il suo mandato. Il 20 dicembre scorso lo hanno terminato i membri dei due rami del parlamento. Ma ancora non si sa quando saranno eletti – meglio sarebbe dire nominati dai clan – i nuovi parlamentari che dovranno poi scegliere il presidente che resterà in carica per i prossimi quattro anni.

Venerdì sera, 5 febbraio, è finito in un nulla di fatto un forum di consultazione (Consultative Forum) della durata di tre giorni, poi allungato a cinque, convocato da Farmaajo – su insistente richiesta dei rappresentanti della comunità internazionale nel paese –  cui hanno partecipato il primo ministro, Mohamed Hussein Roble, i presidenti di cinque dei sei stati federali (il sesto, il Somaliland, ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza fin dal 1991) e l’amministratore della regione del Benadir, dove si trova la capitale, Mogadiscio.

Sono così naufragate le ultime speranze di trovare un accordo sui nodi che ancora bloccano il processo elettorale. Eppure, secondo voci solitamente ben informate, sembrava che la soluzione fosse vicinissima. “Fumata bianca” titolava un pezzo sull’andamento del forum, nel sito Goobjoog.

Ne era convinto anche Abdifatah Hassan Ali, membro del direttivo di Horn of Africa Forum, rete regionale delle organizzazioni della società civile, difensore dei diritti umani e cofondatore di Digital Shelter, un’organizzazione locale che promuove diritti digitali, garanzia di rispetto dello spazio civico e di uso senza censure di internet. Abdifatah venerdì mattina ci aveva rilasciato questo commento della situazione:

Invece le indiscrezioni che giravano sui social media si sono rivelate troppo ottimistiche. Poche ore dopo, infatti, il forum terminava senza nessun accordo. Per quanto si sa dai comunicati ufficiali, la questione che ha determinato la rottura delle trattative riguarda essenzialmente la gestione delle elezioni nella zona di Gedo, nello stato federale del Jubbaland. Gedo è l’area di origine del presidente Farmaajo.

Il Jubbaland è governato da Ahmed Mohamed Islaam, detto Madobe, da sempre suo acerrimo oppositore, ruolo che condivide con il presidente del Puntland. In gioco il controllo di 16 seggi del parlamento nazionale, ma soprattutto il prevalere di una visione della governance del paese, oggetto del conflitto politico degli anni della presidenza di Farmaajo, in cui il governo di Mogadiscio si vede come legittimo direttore, mentre gli stati federali, e soprattutto Jubbaland e Puntland, si vedono dotati di un’ampissima autonomia.

E’ chiaramente un momento molto critico per il paese, piombato in una grave crisi istituzionale che, secondo diversi osservatori, potrebbe addirittura riportare il paese indietro di anni nel faticoso percorso di consolidamento delle istituzioni democratiche e di una convivenza pacifica tra i diversi clan che formano il popolo somalo.

Questa tornata elettorale era considerata come una tappa fondamentale. Infatti, per la prima volta dal 1969, avrebbe dovuto essere un’elezione diretta multipartitica. Una vera svolta dopo decenni di caos, in cui non c’erano state votazioni, seguiti da elezioni indirette, controllate dai clan, onnipresenti e si direbbe anche onnipotenti, nella vita del paese.

L’elezione diretta era uno dei punti qualificanti del programma elettorale del presidente in carica. La legge elettorale era entrata in vigore nel febbraio del 2020 mentre le elezioni avrebbero dovuto svolgersi entro la fine dell’anno, prima cioè della scadenza del mandato dei parlamentari che ancora siedono in parlamento.

Ma già in maggio, l’allora primo ministro Hassan Ali Kheyre, aveva annunciato che sarebbero slittate all’inizio del 2021, sottolineando contemporaneamente che «Tenere le elezioni secondo i tempi previsti è più importante i qualsiasi altra cosa in questo momento, ed è uno dei più importanti obiettivi che la gente ci ha affidato».  

In giugno la presidente della commissione elettorale, Halima Ismail Ibrahim, dichiarava invece che non sarebbe stato possibile, per mancanza dei fondi e delle infrastrutture necessarie a garantire il voto diretto. Il mondo politico ne aveva chiesto le dimissioni, per altro senza ottenerle.

Ma in settembre lo stesso mondo politico si accorgeva che ai problemi finanziari e logistici si aggiungevano quelli dovuti alla pandemia e i pericoli per la ripresa di vigore del gruppo terroristico al-Shabaab, che controlla ancora gran parte delle zone rurali, e decideva che era opportuno tornare al sistema indiretto, in cui il parlamento era eletto dai rappresentanti nominati dai leader dei clan.

In realtà, probabilmente, mancava soprattutto alla classe dirigente somala la volontà di affidare ai cittadini il proprio destino politico, influenzato per di più dalle decisioni di una commissione elettorale generalmente percepita come controllata dal presidente in carica.

Da settembre ci sono stati diversi incontri in cui si è cercato faticosamente di risolvere i nodi che impedivano lo svolgimento anche delle elezioni indirette, che avrebbero dovuto svolgersi in due località in ogni stato federale, dove avrebbero dovuto affluire i delegati dei clan per scegliere i propri rappresentanti al parlamento nazionale. L’ultimo, quello dei giorni scorsi, si è tenuto a Dhusamareb, nello stato del Galmudug.

La crisi politica che si protrae ormai da molti mesi ha avuto un grave impatto sulla sicurezza del paese. Ha finito, infatti per dare fiato al gruppo terroristico al-Shabaab che ha intensificato la sua azione con lo scopo evidente di influenzare le elezioni. Solo la scorsa settimana ha rivendicato l’attacco all’Afrik Hotel di Mogadiscio, dove ci sono stati una decina di morti e altrettanti feriti.

Ma a rendere indubitabile lo scopo delle azioni sono stati gli attentati a Dhusamareb, in concomitanza con il forum consultivo. I partecipanti sono stati “accolti” da colpi di mortaio sulla città, mentre a riunione conclusa una bomba piantata in una delle sue strade periferiche ha ucciso 12 agenti dei servizi di sicurezza, compreso il capo dei servizi di intelligence nella regione. E la scia di sangue continua. In questi giorni è difficile tenere il conto degli attentati e delle vittime in diverse parti del paese.

Ma è forse ancor più preoccupante l’influenza esercitata sui leader dei clan perché mandino in parlamento persone gradite al gruppo. Le pressioni di al-Shabaab sono enormi, dice anche Abdifatah. Ma il commento è generalizzato. Un articolo pubblicato dal sito Horn Observer sostiene che al-Shabaab ha collocato 18 simpatizzanti nel parlamento del Galmudug, minacciando i leader dei clan che dovevano nominarli.

Un anziano ha dichiarato al reporter che «Nessuno può prescindere dalle istruzioni di al-Shabaab. Al-Shabaab è dappertutto. Se non ubbidisci, la mattina dopo sei morto». Si può star sicuri che questo genere di minaccia sarà esercitata anche sui delegati che dovranno votare per il parlamento, quando finalmente si arriverà a rinnovare l’assemblea nazionale.

In queste ore a Mogadiscio fervono le trattative a vario livello per trovare una soluzione alla crisi istituzionale e all’impasse nel processo elettorale. Diverse sono le alternative, ci dice Abdifatah.

Speriamo che la classe politica somala imbocchi prestissimo quella che garantisce il bene del paese piuttosto che gli interessi di potere di alcuni dei suoi leader.

 

 

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