Ue: ancora armi e addestramento
La minaccia islamista ha persuaso i donatori ad intensificare i programmi di addestramento e l’invio di armi al debole governo di transizione, un sistema che, senza controlli sul campo, ha però portato solo nuova legna da ardere nell’incendio somalo. L’intervista a mons. Giorgio Bertin, Vescovo di Gibuti e Amministratore Apostolico di Mogadiscio.

La Somalia è in balìa di un conflitto che dura, più o meno intensamente, dal 1991. Un conflitto che è radicalmente mutato con l’ingresso, nel 2005, del movimento armato delle Corti islamiche.
Dalla scissione del movimento è nato il gruppo radicale estremista di Al Shabab, che ha conquistato gran parte del centro e del sud del paese e che dallo scorso maggio tiene sotto scacco le istituzioni a Mogadiscio. La situazione preoccupa la comunità internazionale che dopo anni di tentativi, sempre falliti, sembra puntare adesso sul rafforzamento dell’apparato militare somalo.

Così la Francia ha avviato a Gibuti la formazione di un battaglione di 500 soldati somali, mentre il governo gibutiano ha annunciato oggi che invierà, il prossimo mese, un contingente di 450 uomini in Somalia, per supportare la locale missione di pace dell’Unione Africana.
I soldati saranno di rinforzo ai 5000 caschi verdi ugandesi e burundesi di stanza a Mogadiscio.
Una missione sotto la costante minaccia dei ribelli islamisti. I soldati sono infatti sotto un fuoco di artiglieria quotidiano, senza contare gli attentati e le bombe fatte esplodere al passaggio dei convogli africani.

Il 25 gennaio scorso i ministri degli esteri della Unione Europea hanno approvato l’avvio di un programma di addestramento per circa 2.000 soldati del governo di transizione in Uganda. Una missione che sarà avviata a maggio, e che non è la prima se si considera che altre iniziative simili hanno già formato decine di migliaia di personale, tra militari e poliziotti.

Non basta però preparare e armare le truppe. Una volta tornati a Mogadiscio, infatti, una notevole percentuale di soldati abbandona l’esercito per unirsi alle varie milizie, anche quelle contro cui erano addestrati a combattere.
«Occorre stabilire un sistema di verifica del pagamento degli stipendi dei militari» spiega mons. Giorgio Bertin, Vescovo di Gibuti e Amministratore Apostolico di Mogadiscio, che avverte come gli sforzi fatti dalla comunità internazionale per la loro formazione possano essere altrimenti «inutili».

Su questo sembrano essere d’accordo anche i ministri europei, che chiedono appunto un meccanismo di verifica dell’effettivo pagamento dei salari all’esercito. Più facile a dirsi che a farsi, in un paese annoverato tra i più corrotti al mondo, dove non c’è un sistema bancario funzionante da quasi vent’anni, e dove l’istituzione di una banca centrale rimane di fatto un progetto ancora tutto solo sulla carta.

(L’intervista a mons. Giorgio Bertin, Vescovo di Gibuti e Amministratore Apostolico di Mogadiscio, è stata estratta dal programma radiofonico Focus, di Michela Trevisan)