Si chiude il lungo braccio di ferro tra presidente e parlamento
Dopo 4 anni di insuccessi il presidente somalo Abdulahi Yusuf si è dimesso, decretando il fallimento del processo di pace. La comunità internazionale spera nel rilancio del processo di pace.

Un altro vicolo cieco. Si è concluso così l’ennesimo tentativo di pacificazione della Somalia. Il processo di pace iniziato a Nairobi nel 2004 si è chiuso lunedì 29 dicembre, con le dimissioni del presidente somalo Abdulahi Yusuf, dopo quattro anni di insuccessi sul campo. In un intervento di fronte al parlamento, nella città di Baidoa, Yusuf ha rimesso il proprio mandato nelle mani del presidente dell’Assemblea, Sheikh Aden Madobe affinché predisponga l’elezione di un nuovo presidente. «Il 14 ottobre 2004, giorno in cui mi avete eletto – dice Yusuf – ho promesso che avrei rassegnato le mie dimissioni nel caso in cui avessi fallito nel portare a termine i miei doveri. Ho deciso per questo motivo di restituire a voi la responsabilità che mi avete dato».
 
La crisi interna al governo di transizione è in corso ormai da mesi, quando, alla fine di luglio, il sindaco di Mogadiscio Mohamed Dheere, è stato destituito dal primo ministro Nur Hassan Hussein, in aperto contrasto con Yusuf. I dissapori tra i due sono sfociati in una vera propria crisi istituzionale quando Hussein, lo scorso 27 novembre, ha firmato in via del tutto autonoma, un nuovo accordo di pace con l’opposizione moderata, riunita sotto l’egida dell’Alleanza per la Riliberazione della Somalia (Ars). Alla firma dell’accordo è seguita la destituzione da parte di Yusuf, del primo ministro Hussein e la nomina di un nuovo premier, senza tuttavia ottenere il riscontro dell’assemblea parlamentare. Il parlamento, dopo aver confermato la fiducia al precedente governo, ha infatti immediatamente chiesto le dimissioni del presidente.
 
Unanime la soddisfazione della comunità internazionale che vede nell’uscita di scena di Yusuf un rilancio del processo di pace e di riconciliazione tra governo e opposizione islamista. «Si è aperta un nuova pagina di storia per la Somalia» ha detto Ahmedou Ould Abdallah, inviato speciale dell’Onu per la Somalia, invitando le parti a cogliere la “decisione coraggiosa e patriottica” di Yusuf per superare le proprie divergenze e ritrovare l’unità.
 
Nonostante l’unanime ottimismo, il ritorno di Yusuf nel proprio feudo natale, la regione centrale del Puntland, segna il fallimento del processo di pace iniziato con l’insediamento, nel 2004, del parlamento di Baidoa. Elezioni politiche nel 2009, pacificazione del paese, ripristino delle istituzioni, erano i termini del mandato di Yusuf, destinati ormai a rimanere solo sulla carta. Il tanto acclamato ritorno della Somalia nella comunità internazionale si è rivelato essere una temporanea illusione. Mentre il governo dei warlords è lacerato dalle divisioni claniche, sembra essere fallito anche l’esperimento unificante messo in atto dalle Corti islamiche. L’islam come unico criterio di appartenenza sembra essere ormai solo uno slogan, degenerato negli ultimi mesi in duri episodi di repressione, come lapidazioni ed esecuzioni sommarie. Le divisioni tra le numerose fazioni armate riconducibili all’ex Unione delle Corti Islamiche sembra essersi tradotta in un’adesione precaria di singoli gruppi all’ala radicale di Al Shabaab o moderata dell’Ars. Le dimissioni di Yusuf hanno riacceso, nell’immediato, gli scontri tra il primo gruppo, che controlla gran parte del sud della Somalia, e il secondo, insediatosi da poche settimane a Mogadiscio. Tra il 27 e il 29 dicembre sono infatti ripresi i combattimenti tra le fazioni, nella regione di Galgaduud, nel centro del Paese.
 
Con il ritiro delle truppe etiopiche, previsto entro la fine dell’anno, quella dell’Unione Africana resta l’unica missione di peacekeeping in Somalia. Si tratta di un ritorno al passato. L’ultimo accordo di Gibuti infatti prevede, con l’ingresso nel parlamento somalo di 275 nuovi deputati,  un esaurimento di fatto delle funzioni del assemblea parlamentare, retta finora su un preciso sistema di proporzioni claniche. La denuncia dell’accordo da parte del presidente della regione semiautonoma del Puntland, Mohamud Muse Hersi, lascia presagire un nuovo isolamento della regione e un ulteriore allontanamento del Somaliland, autoproclamatosi indipendente nel 1991.