Reportage su Nigrizia di ottobre
Autonomo dal 1991, è una Somalia che non ha conosciuto né guerra, né fanatismo, e che cerca di diventare una vera democrazia, senza l’aiuto di nessuno. Al suo interno i clan più grandi e quelli più piccoli hanno pari prestigio. L’obiettivo è il riconoscimento dell’Unione africana.

Lo stato che non c’è ha il volto sorridente di due donne che ti accolgono per fare il visto in un ufficio che dà sul piccolo giardino di una villetta di Addis Abeba. Questa è l’ambasciata del Somaliland in Etiopia. Un’ambasciata completamente disarmata, senza porte blindate o filo spinato o telecamere. Si entra tranquillamente, salutando il portiere, nel silenzio e nella luce forte della tarda mattinata all’Equatore. Le funzionarie si fanno il tè e lo offrono. Otteniamo il visto senza il minimo problema. Il visto di uno stato che non esiste.

In effetti, all’arrivo all’aeroporto di Berbera, da Gibuti, la sensazione è proprio quella di essere nell’anarchia quasi totale. Intanto urlano un po’ tutti: facchini, poliziotti, addetti alla dogana, passeggeri, passanti, perditempo, tassisti, parenti. C’è una strana frenesia, e modi un po’ aggressivi. Molto spicci, forse anche per la lingua somala che suona secca, dura, perfetta per litigare, e i somali hanno fama di essere molto orgogliosi. Ma prima ancora di fare troppe considerazioni, siamo già sul pullman che ci porterà ad Hargheisa: è tutto molto strano, ma funziona.

Hargheisa è una di quelle capitali africane che hanno nelle strade più sabbia che asfalto. Abbastanza anonima, a parte qualche moschea e poco altro. Sicuramente povera. Però, a differenza di altre realtà che sembrano immerse nella sonnolenza, dà subito la sensazione di dinamismo, di apertura. Le conferme sono immediate. A cominciare dagli alberghi. Spesso nei paesi africani, soprattutto in quelli più poveri, appena si cercano standard accettabili i costi lievitano in maniera pazzesca. Ad Hargheisa c’è invece un ottimo rapporto qualità/prezzo.

Un altro “classico” africano sono i computer lentissimi, i collegamenti Internet esasperanti. Niente di tutto ciò: collegamenti puntuali e veloci, e sempre a prezzi estremamente ridotti. Ma la sorpresa più piacevole riguarda le telefonate: acquistata senza problemi una sim card della compagnia locale (Telesom) si comunica perfettamente con l’Italia a costi incredibilmente bassi. Suppongo dipenda dal fatto che non c’è forse somalo che non abbia parenti o amici all’estero: negli Stati Uniti, in particolare, e poi in tutta l’Europa e nel resto del mondo.

 

Ritorno a casa

Qui sono in tanti ad aver fatto ritorno in questi anni. Sono tutti giovani, e sono la parte più avanzata del paese, dove infatti l’inglese è assai diffuso, il che aumenta la sensazione di familiarità. Certo, non si trova una bevanda alcolica nemmeno per miracolo. Impossibile vedere una donna in minigonna; però di donne in giro, negli uffici, nei locali, nei negozi se ne vedono abbastanza, e hanno l’aria piuttosto disinvolta.

Se uno pensa a Mogadiscio, al terrore che regna sovrano nell’altra Somalia, il Somaliland appare per quello che è: un autentico miracolo.

Il miracolo del Somaliland ha comunque solide spiegazioni, che riguardano la sua storia e la sua organizzazione sociale. «La Somalia agli occhi di uno straniero è una sola, perché uno solo è il popolo somalo», spiega Kamaal Ahmed Alì, giornalista di 32 anni. In effetti, è raro trovare nel mondo un’etnia più omogenea per origini, lingua, tradizione: si dice addirittura che ogni somalo possa risalire il suo albero genealogico all’indietro per ben 25 generazioni. Quindi, non è certo il famigerato “tribalismo” che spiega il fallimento dello stato e la guerra civile permanente che da ormai 22 anni caratterizza la Somalia a sud del Corno d’Africa. (…)

 

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