Sorveglianza digitale in Africa: i diritti sotto scacco dell'IA - Nigrizia
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Un rapporto dell'Institute of Development Studies svela investimenti miliardari in tecnologie per il controllo di massa
Sorveglianza digitale in Africa: i diritti sotto scacco dell’IA
I sistemi delle “smart city” implementati in 11 paesi africani violano il diritto alla privacy dei cittadini. L'uso di riconoscimento facciale e biometrico per monitorare oppositori e attivisti solleva allarmi in tutto il continente, dal Kenya alla Nigeria
20 Marzo 2026
Articolo di Antonella Sinopoli, da Accra
Tempo di lettura 5 minuti

Una massiccia espansione della sorveglianza digitale è in corso in molti paesi del continente africano. E questo viola il diritto alla privacy dei cittadini e mette a rischio altri diritti fondamentali, come quello al dissenso o alla protesta. La preoccupazione emerge da un rapporto dell’Institute of Development Studies.

Il lavoro si concentra su 11 governi africani. Tali governi hanno speso finora almeno 2 miliardi di dollari per tecnologie di sorveglianza in grado di riconoscere i volti, monitorare i movimenti, leggere le targhe delle auto. Tecnologie che stanno favorendo appunto la rapida espansione di sistemi di sorveglianza di massa basati sull’intelligenza artificiale.

Undici, dicevamo, i paesi analizzati. Dal Nordafrica all’Africa occidentale e orientale. I paesi in questione sono Algeria, Egitto, Kenya, Mauritius, Mozambico, Nigeria, Rwanda, Senegal, Uganda, Zambia e Zimbabwe. È la Cina quella che ha implementato più tecnologie del genere nel continente.

La “Via della Seta Digitale”

In media, i paesi in questione hanno speso 240 milioni di dollari, spesso finanziati da prestiti concessi da banche cinesi. Si tratta del progetto “città sicura”, parte del programma “Via della Seta Digitale”, che a sua volta rientra nell’iniziativa globale “Belt and Road” per finanziare grandi progetti infrastrutturali che rafforzino i legami tra Cina e Africa.

Ma attenzione, le tecnologie fornite non provengono – seppure lo sono in massima parte – solo dal paese del dragone. Ad aver fornito sistemi di sorveglianza di qualche tipo sono anche la Corea del Sud, la Russia, gli Emirati Arabi Uniti, Israele, Stati Uniti, Giappone, persino l’Iran e per quanto riguarda l’Europa, Spagna e Francia.

Si tratta spesso di sistemi in funzione 24 ore su 24 e per 365 giorni all’anno, che includono sistemi di videosorveglianza, riconoscimento facciale, raccolta di dati biometrici e telecamere che, dicevamo, tracciano i movimenti di persone e veicoli.

Privacy violata

L’intenzione espressa dai governi è quella di modernizzare le città e contribuire alla lotta alla criminalità, ma secondo gli autori del rapporto non solo non vi sono prove che sistemi come questi riducano la criminalità ma – si afferma – possono essere utilizzati per invadere la privacy dei cittadini e soffocare la libertà di movimento e di espressione, monitorare gli attivisti per i diritti umani e gli oppositori politici, arrestare i manifestanti e indurre i giornalisti all’autocensura.

Si chiamano “smart city”, e indicano città dove gli spazi pubblici sono monitorati da vari sistemi di sorveglianza, tra cui telecamere a circuito chiuso e centri di controllo basati sull’intelligenza artificiale.

Investimenti milionari

La Nigeria è il paese che ha speso di più, investendo 470 milioni di dollari in 10mila “telecamere intelligenti”. Mauritius è al secondo posto con una spesa di 456 milioni di dollari, mentre il Kenya in queste tecnologie ha investito 219 milioni di dollari. Qualche altro dato: in Egitto sono state installate 6mila telecamere mentre Algeria e Uganda ne hanno circa 5mila ciascuna.

Deterrenza e repressione

Gli analisti ricordano che preoccupazioni sull’uso di tali sistemi di sorveglianza, e in particolare sul riconoscimento facciale per monitorare gli attivisti, sono già emersi da studi condotti in Uganda e Zimbabwe e che analoghi sistemi di sorveglianza sono stati utilizzati per reprimere le proteste guidate dalla generazione Z in Kenya.

Attivisti, giornalisti, oppositori politici e in generale chiunque venga ritenuto una minaccia per i governi, potrebbero essere nelle mire di chi controlla e monitora i dati raccolti, mettendo quindi a rischio libertà civili e strutture sociali.

E se le proteste di piazza degli ultimi anni hanno comunque smosso i governi e in qualche caso ottenuto dei risultati – per esempio in Kenya, il ritiro della legge finanziaria contestata, soprattutto nel corso delle proteste della Gen Z – questi sistemi potrebbero sempre più operare come deterrenti e mettere dunque a tacere le voci del dissenso.

Scarsissime tutele legali

Riguardo alle tutele, i paesi studiati attualmente non forniscono meccanismi adeguati affinché i cittadini possano ottenere un risarcimento o un indennizzo in caso di errori o abusi della “sorveglianza intelligente”. In 7 degli 11 paesi la legislazione vigente non prevede alcun meccanismo di risarcimento. Nel caso di Kenya, Mauritius e Nigeria, un risarcimento parziale sarebbe possibile attraverso la legislazione sulla protezione dei dati.

Altra motivazione addotta dai governi nel fare uso di questi sistemi è che le videocamere e in generale i sistemi di sorveglianza, servono a combattere il terrorismo. Ma se così fosse, affermano i relatori del report, non si spiega come mai sistemi del genere sono stati installati anche, per esempio, in Senegal e Zambia che non presentano minacce terroristiche o gravi problemi di criminalità.

Da vari paesi sono emerse ovviamente preoccupazioni sul reale utilizzo di queste tecnologie. Ad esempio, in Zimbabwe, specifici gruppi e critici del governo temono che le tecnologie di riconoscimento facciale vengano utilizzate per prenderli di mira, mentre in Mozambico, la ricerca ha rilevato che le telecamere di videosorveglianza intelligenti sono state installate in aree in cui si concentra l’opposizione politica.

Insomma, la diffusione dei sistemi di sorveglianza senza adeguate normative di regolamentazione può diventare solo un grande mezzo di controllo di massa generalizzato che però finisce per agire sulle libertà individuali e su diritti acquisiti o che, in alcuni casi, stentano ancora ad affermarsi e in tal modo sarebbero definitivamente silenziati.

Eredità coloniale e digitale

Infine – davvero interessante – la ricerca ripercorre l’evoluzione della sorveglianza, dalle reti di intelligence dell’epoca coloniale ai moderni e sofisticati sistemi di monitoraggio degli spazi pubblici basati sul digitale e sull’IA. L’obiettivo, alla fine, sembra il medesimo. A cambiare sono i periodi storici, i protagonisti e le modalità.

Il risultato è invadere la privacy dei cittadini, soffocare il dissenso, limitare o cancellare la libertà di movimento e di espressione.

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