Congo / Le attività dell’Eni
Il colosso italiano ha ceduto un 10% delle sue quote sui giacimenti petroliferi del paese a una società chiacchierata, l’Africa Oil and Gas Corporation, accusata di essere il bancomat dei vertici politici dello stato.

Abbandonata la partita delle sabbie bituminose, l’Eni rimane attiva in Congo sul fronte delle fonti convenzionali. La più grande multinazionale italiana, partecipata ancora al 30% circa dallo stato, ha ottenuto il rinnovo del permesso di sfruttamento dei quattro giacimenti di Djambala 2, Foukanda 2, Mwafi 2 e Kitina 2. La quota dell’Eni è però diminuita, in quanto un 10% è passato alla società privata Africa Oil and Gas Corporation (Aogc). Fin qui nulla di strano, se non fosse che l’Aogc ha più di uno scheletro nell’armadio. Nel 2005 l’Alta corte di giustizia inglese l’ha inserita in una rete di società offshore predisposta ad hoc per mantenere i ricavi petroliferi del Congo ben lontani dai creditori del paese.

L’Aogc è stata fondata da Denis Gokana, ai vertici della compagnia petrolifera statale e consigliere, proprio sulle questioni legate al greggio, del presidente Denis Sassou-Nguesso, in carica dalla fine della guerra civile, nel 1997. Secondo alcune indiscrezioni, Gokana sarebbe alla guida della stessa Aogc. A riportare questa notizia è stato lo scorso aprile il quotidiano britannico The Times. L’Eni smentisce che Gokana abbia quote o un ruolo di alto profilo in Aogc. L’amministratore delegato dell’azienda del “Cane a sei zampe”, Claudio Descalzi – che negli anni ‘90 ha guidato anche la filiale congolese dell’impresa – ha negato, inoltre, di aver avuto qualche ruolo nella individuazione del nuovo partner nelle operazioni di sfruttamento petrolifero in Congo. «Non siamo stati noi a sceglierlo», ha affermato Descalzi all’assemblea degli azionisti, tenutasi lo scorso 13 maggio a Roma, spiegando che era stato il governo locale a rivolgersi alla Aogc. L’ad dell’Eni era stato incalzato sulla questione dalle domande poste da Global Witness, ma lette da una esponente dell’italiana Re:Common per beghe burocratiche che, per il secondo anno consecutivo, hanno impedito agli attivisti dell’organizzazione inglese di intervenire in assemblea.

Global Witness è convinta che la Aogc in passato sia servita per pagare centinaia di migliaia di dollari spesi dal figlio Denis Christel del presidente congolese per acquisti fatti con carta di credito nelle boutique più esclusive di Parigi. Insomma, in un modo o nell’altro la compagnia aveva come obiettivo primario quello di “spostare” i proventi del petrolio a tutto vantaggio delle élite locali, ma a discapito della popolazione del paese.

Val la pena ricordare che le entrate del Congo dipendono per circa tre quarti dall’oro nero, ma sono sempre più insistenti le voci sulla corruzione ai più alti livelli governativi. Il sito francese specializzato in giornalismo investigativo, Mediapart, ha raccontato come le forze di polizia transalpine abbiano sequestrato valige zeppe di quattrini negli appartamenti del nipote del presidente Sassou-Nguesso, il tutto nel corso di indagini volte a fare luce su asset derivanti da attività legate alla corruzione. Il Congo figura al 152° posto (sui 175 a disposizione) della classifica di Transparency International sulla corruzione percepita.  

La richiesta di Colin Tinto, di Global Witness: «Dati i livelli di corruzione che tuttora flagellano il paese, sarebbe importante che Brazzaville rendesse trasparenti – come richiesto dall’Iniziativa trasparenza delle industrie estrattive, alla quale aderisce anche il Congo – i documenti che certificano la proprietà reale delle aziende estrattive». Si attendono sviluppi nei prossimi mesi…

Questo articolo è estratto dall’ultimo numero di Nigrizia di luglio-agosto 2015.

Proprio in questi giorni il settimanale l’Espresso è in edicola con un articolo che approfondisce questo argomento, dal titolo “L’Eni ha il mal d’Africa”.

Nella foto in allto l’ex ad di Eni, Paolo Scaroni, con il presidente del Congo, Denis Sassou-Nguesso.