Mali
L’attentato del 18 giugno dice che il terrorismo islamista tiene sotto scacco l’intero paese. Si lavora per creare un forza militare regionale di 5.000 uomini con il supporto dell’Unione europea e della Francia. Macron sarà a Bamako il 2 luglio.

Cartucce di Ak-47 sul fondo della piscina come pesci, bottigliette di vetro per terra con bevande lasciate a metà, casse per la musica rimaste appese a un filo, colori sgargianti di sedie e tavoli anneriti dalle fiamme. La scena dell’attentato del 18 giugno al Campement Kangaba, uno dei pochi luoghi di villeggiatura rimasti a Bamako, capitale del Mali, è raccapricciante. Gli ingenti danni materiali, oltre a quelli umani, hanno lasciato una cicatrice che rimarrà incisa nella memoria del paese. Più che nei passati attacchi a Bamako (tre fra 2015 e 2016), infatti, questo atto terroristico tocca uno dei luoghi preferiti dai maliani abbienti e dalla comunità di stranieri che dopo la guerra del 2013 è tornata a vivere in Mali.

Fine delle illusioni

Era da più di un anno che Bamako non veniva colpita da un attentato terroristico. La patina di sicurezza che questa “città-bolla” geograficamente lontana del conflitto che da cinque anni incendia il nord e centro del paese è stata cancellata con un colpo di spugna, una normale domenica pomeriggio. Secondo il racconto di diversi testimoni, perlopiù abitanti del quartiere di Yirimadio, sono le 16:10 ora locale quando un commando di almeno sette mujahidin arrivati a bordo di un pick-up e una moto attacca il Campement Kangaba, struttura polivalente a circa 10 chilometri dal centro della capitale.

In quel momento nell’area di 26 ettari sono presenti più di cento persone, di cui oltre la metà ospiti del villaggio. L’azione è rapida, precisa, studiata nei minimi dettagli. Gli assalitori, muniti di kalashnikov e quattro caricatori ciascuno (200 colpi), si dividono in gruppi attaccando il resort dall’entrata e da una collina adiacente su cui si trovano, scavate nella roccia, due piscine del Campement per poi convergere verso la terrazza superiore, spazio di nuova struttura solitamente affollata. Indossano strati di vestiti che cambiano durante l’attacco per sembrare più numerosi e per confondere le forze dell’ordine maliane, prontamente intervenute.

La carneficina viene in parte scongiurata grazie alla reazione di alcuni militari in congedo dell’Eutm (la missione di formazione dell’Unione europea) che, uscendo dalla piscina, hanno risposto con le armi d’ordinanza al fuoco nemico rallentandone l’avanzata. Alla fine della lunga sparatoria (migliaia di colpi e diverse granate di stordimento fatte esplodere fino a tarda notte) rimangono a terra, oltre a quattro assalitori, i corpi di un soldato maliano e di cinque ospiti del resort, due gabonesi, una maliana, un cinese e un portoghese. I feriti gravi fra le forze maliane sono sette, mentre quelli leggeri sei, fra agenti della Minusma (la Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite in Mali), civili occidentali e lavoratori maliani del Campement.

Commando di giovanissimi

Nella notte, mentre proseguono le operazioni della Forsat (unità d’élite antiterrorismo creata a seguito dell’attentato all’hotel Radisson Blu di Bamako del 20 novembre 2015) coadiuvati da forze speciali francesi e americane, alte fiamme si propagano all’interno del Campement incenerendo completamente la terrazza. Non è ancora chiaro se ad appiccare l’incendio siano stati gli assalitori o i colpi sparati alla rinfusa verso le capanne di paglia e le strutture di legno a bordo piscina. Diversi uomini delle forze dell’ordine maliane e della Minusma intervengono di concerto e, nonostante alcune difficoltà di coordinamento fra i reparti, durante la notte traggono in salvo 32 ospiti del resort (che si aggiungono ad altri fuggiti precedentemente).

Fra di loro un giovane padre finlandese con in braccio due bambini piccoli in costume da bagno, piedi nudi e sguardo spaesato. «Ora vogliamo solo andare a casa» sono le uniche parole che riesce a pronunciare. Mentre un abitante del quartiere si aggira nel campo-base montato dall’esercito maliano offrendo datteri, biscotti e sacchetti d’acqua agli “eroi del paese”, neanche mezz’ora dopo vicino all’ambulanza della Minusma in cui vengono visitati i sopravvissuti si forma un capannello di soldati.

Fra di loro spicca il capitano Coulibaly che ha in custodia un sospetto ripescato a 37 chilometri dal luogo dell’attacco. È un ragazzino ammanettato, 15-16 anni, etnia bella (ex schiavi tuareg scuri di pelle), che si rifiuta di parlare. Il suo sguardo non è assente. «È visibilmente drogato, come gli altri» continua a ripetere Coulibaly. Più tardi si scoprirà che si tratta di un componente del commando riuscito a scappare che ha camminato ore prima di chiedere a dei passanti dove poteva trovare una moschea dove mangiare e riposarsi. Subito denunciato alle autorità, il giovane (tutti giovanissimi gli assalitori) è stato arrestato e riportato al Campement per un primo riconoscimento da parte degli elementi della Forsat che hanno partecipato all’operazione. Altri quattro sospetti verranno arrestati nelle ore successive.

G5-Sahel

La rivendicazione dell’attentato non tarda ad arrivare, confermando l’unica ipotesi plausibile circa la mente dietro a tale atto di terrore. Il 19 giugno il “Gruppo dei difensori dell’Islam e dei musulmani”, nuova sigla che da marzo raggruppa tutte le metastasi neo-jihadiste saheliane sotto la guida di al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi), definisce l’attacco al Campement Kangaba «un’operazione eroica contro un luogo di perversione e spionaggio». Una missione suicida perpetrata da «tre cavalieri della nobile tribù dei peul», sempre secondo il documento pubblicato in arabo e francese dalla branca mediatica di Aqmi.

Il Mali da marzo sta vivendo una recrudescenza del conflitto contro Aqmi, che nella sola settimana dall’attentato al Kangaba ha portato a termine anche altri cinque attacchi nel centro e nel nord del paese. A Bamako il prossimo 2 luglio è prevista una riunione speciale del G5-Sahel (Mauritania, Niger, Ciad, Mali e Burkina Faso) a cui parteciperà anche il presidente francese Emmanuel Macron per accelerare la creazione di una forza congiunta antiterrorismo. Una nuova compagine militare regionale su cui la Francia è riuscita ad ottenere l’unanimità al Consiglio di sicurezza dell’Onu del 21 giugno e a cui l’Unione europea ha promesso, il 5 giugno, 50 milioni di euro. Basterà un esercito di 5mila soldati saheliani per fermare Aqmi? È la domanda che si pongono insistentemente in questi giorni gli stranieri che vivono a Bamako, alcuni preparando le valigie per lasciare il paese, altri rassegnandosi alla percezione che questo attentato ha tutta l’aria di non essere l’ultimo.

Nella foto: Investigatori maliani all’ingresso della struttura turistica Campement Kangaba al termine dell’attacco terroristico. (Reuters / Stringer)