Algeria / Diritti e rovesci

La politica e la società parlano ancora una lingua troppo maschile. Con rare sfumature, frutto di decenni di lotte. Che ancora continuano.

Come il Marocco, anche l’Algeria non ha ancora scritto il suo capitolo tra le primavere arabe. Vediamo perché. In primo luogo, nel contesto politico algerino gioca un ruolo di spicco lo stato rentier: significa che le entrate statali provengono per la gran parte dallo sfruttamento di risorse naturali. Attraverso questo meccanismo, il prelievo fiscale sui cittadini è minore e non è determinante per la solidità del bilancio statale. Le tasse, in ogni stato, creano una forte relazione tra governo e cittadini; in questo caso, come nel caso di altri stati arabi, il principio “no taxation without representation” si trova invertito in un “no representation without taxation”. L’ampia spesa statale in welfare e repressione ha dunque allentato la spinta per un processo di democratizzazione.

Pur non essendo una regola universale (gli avvenimenti in Libia – altro stato rentier – lo dimostrano), il rentierismo influenza certamente le possibilità che si scateni un’insurrezione. Non a caso le rivolte negli altri paesi nordafricani sono scoppiate anche a causa della crisi economica e della forte disoccupazione giovanile. Si chiedeva pane, prima ancora che diritti. In aggiunta a tale condizione strutturale, l’economista Lahcen Achy in The Price of Stability in Algeria (Carnegie Middle East Center, aprile 2013) individua altri fattori. In Algeria le proteste non si sono aggregate attorno a un forte obiettivo comune, perdendo così il potenziale rivoluzionario proprio delle grandi masse. Le forze di sicurezza hanno sempre avuto la meglio nel placare le rivolte e impedirne la diffusione. Infine, a frenare gli istinti rivoluzionari, c’è il ricordo ben vivo della stagione di terrorismo e di guerra (innescata dalla messa fuori legge, nel 1992, del Fronte islamico di salvezza, il partito fondamentalista che dopo aver vinto le elezioni amministrative si apprestava a vincere anche le politiche) che ha insanguinato il paese per tutti gli anni ’90.

Dunque, una rivoluzione mancata. Tuttavia, non si può dimenticare che le proteste ci sono state e che lo scontento tra la popolazione non è rimasto sopito. Le donne algerine, riconosciute da sempre come tra le più attive del mondo arabo per le cause della democratizzazione e dei diritti, anche in questo caso non sono rimaste nell’ombra. Il 2011 in Algeria è stato denso di proteste: gruppi della società civile – tra cui organizzazioni femministe – hanno formato una coalizione che chiedeva al regime di Bouteflika una serie di riforme politiche e sociali…

 

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