Sudafrica: sfide di oggi e di domani
Il governo di Pretoria è chiamato a dare risposte convincenti in termini di occupazione e di servizi sociali. Una partita che si giocherà dopo l’11 luglio. Alcune delle priorità messe a fuoco dal Dipartimento giustizia e pace della Conferenza dei vescovi dell’Africa australe.

Se appena si sposta lo sguardo oltre la telecamera pallonara e oltre le autostrade ben tenute e colme di automobili ci si accorge che il Sudafrica post-apartheid ha davanti a sé una strada ancora in salita. Ci sono divari di reddito da colmare, posti di lavoro da creare, culture da amalgamare, tensioni da prevenire…

Tensioni che si avvertono di più girando per il centro di Johannesburg, dove ciondolano giovani e meno giovani che cercano di condurre a termine la giornata, piuttosto che visitando la township di Soweto, dove, almeno in questo periodo, c’è un viavai di turismo “responsabile” e un discreto assembramento di bancarelle e di bar, specie vicino ai luoghi della memoria, delle rivolte, della casa dove visse Mandela.

Ma per sentire ancora meglio l’aria che tira conviene uscire dalla provincia del Gauteng (quella di Johannesburg e della capitale Pretoria) e dirigersi a nord-est, verso le province di Mpumalanga e di Limpopo. Da queste parti, lavoro significa industria siderurgica, miniere (cromo e carbone) e, dove il terreno lo consente, grandi fattorie che producono mais e arance. E per lavorare si devono fare centinaia di chilometri. Perciò spesso le famiglie che vivono in queste cittadine circondate da territori brulli e sassosi sono formate da madri e figli: i padri vivono vicino al luogo di lavoro e rientrano a casa, quando va bene, un paio di volte al mese. La gente vive delle rimesse di questi migranti oppure ha un lavoro nel pubblico (scuola e sanità) oppure ancora ha una piccola pensione sociale: risorse che consentono a malapena di galleggiare.

Ora il Sudafrica è immerso nella pausa del Mondiale di calcio e ha messo quasi tra parentesi i suoi problemi. Anche se i “bafana bafana”, i ragazzi della nazionale, non stanno facendo granché per far sognare il paese.

Chi invece i problemi non li vuole dimenticare è il Dipartimento giustizia e pace della Conferenza dei vescovi dell’Africa australe (Sudafrica, Botswana, Swaziland) che si è a dato priorità d’intervento molto precise. La prima ha come obiettivo la giustizia economica e vuole mettere a fuoco, in collaborazione con realtà laiche, degli strumenti per ridurre la povertà. Uno degli strumenti è l’elaborazione di un “paniere” che consenta di capire di quante risorse ha bisogno per vivere una famiglia rurale povera.

 

Un’altra priorità è quella della riforma agraria e della redistribuzione della terra. Nel 1994, alla fine dell’apartheid, l’87% delle terre era in mano ai bianchi. Oggi, meno del 5% della terra è stato ridistribuito. Un fallimento che i vari governi hanno riconosciuto. Un fallimento imputabile sia al fatto che il piccolo proprietario fatica ad ottenere adeguati sostegni finanziari dal sistema bancario sia alla mancanza di una cultura d’impresa, per cui si ha un appezzamento di terra ma non si è in grado di farlo rendere. A questo riguardo, il Dipartimento giustizia e pace sta mettendo a punto dei modelli di redistribuzione da proporre al governo. Occorre agire bene per evitare un “rischio Zimbabwe”.

Un terzo aspetto, molto sentito in tutte le diocesi sudafricane, è quello della xenofobia. Soprattutto nelle baraccopoli, la mancanza di casa, lavoro e servizi sociali ha fatto maturare un forte risentimento nei confronti degli stranieri che arrivano in particolare dal Mozambico e dallo Zimbabwe. È un tema delicato sul quale è necessario intervenire in fretta, prima che si ripetano le violenze contro gli stranieri del maggio 2008.

Sono sfide di non poco conto. Sfide per ora parallele al mondiale. Ma che torneranno in campo dopo l’11 luglio.