Sovranità alimentare in Africa: i limiti del modello AfDB
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Grandi banche e piccoli produttori: perché lo sviluppo agricolo nel continente non aiuta i contadini
Sovranità alimentare in Africa: il rapporto AFSA boccia i finanziamenti della AfDB
Secondo lo studio nessuno dei progetti sostenuti dalla Banca africana di sviluppo tra il 2016 e il 2025 è allineato ai principi dell’agroecologia. Al contrario, la maggior parte dei finanziamenti è stata destinata a fertilizzanti chimici, sementi brevettate e monoculture: un modello industriale che ignora i piccoli produttori
04 Marzo 2026
Articolo di Bruna Sironi (da Nairobi)
Tempo di lettura 5 minuti

AFSA è l’acronimo di Alliance for Food Sovereignty in Africa. È una rete di organizzazioni africane sostenuta da alcuni partner internazionali, nessuno italiano, che ha l’obiettivo di promuovere e proteggere la sovranità alimentare in Africa.

Il concetto di sovranità alimentare ha a che fare con il diritto di tutti gli esseri umani ad un cibo sano, prodotto rispettando l’ambiente e la biodiversità, tenendo in considerazione i gusti e i saperi tradizionali e locali.

È un concetto elaborato nelle lotte contadine per la difesa del diritto alla terra e al controllo dei mezzi di produzione, come le sementi, nelle mobilitazioni per la salvaguardia della biodiversità in genere e di quella alimentare in particolare, nei movimenti per la protezione dell’ambiente e per la lotta ai cambiamenti climatici.

Temi strettamente interconnessi, che fanno da quadro di riferimento, e da fondamento, ad una produzione agricola definita come sostenibile, o agroecologica, in contrapposizione a quella basata sulla monocultura in piantagioni di vastissime dimensioni, caratterizzata dall’uso massiccio di input chimici e di sementi brevettate, ibride e OGM, in grandissima parte di proprietà di pochissime multinazionali che esercitano perciò un potere enorme sulla sicurezza alimentare dell’umanità.

Temi su cui poggia il dibattito sul futuro del pianeta, sulla protezione della nostra salute e in definitiva sulla nostra stessa sopravvivenza.

Piccoli produttori trascurati

Protagonisti nell’agricoltura sostenibile e nella difesa della sovranità alimentare sono i piccoli produttori. Secondo una ricerca della FAO, più di un terzo di tutto il cibo prodotto al mondo è frutto del lavoro di contadini che producono su piccola scala, ma che, tra l’altro, ricevono solo una minima parte dei finanziamenti per l’adattamento climatico.

Secondo dati pubblicati nel 2021 sul mensile scientifico World Development Journal, a livello globale cinque aziende agricole su sei hanno meno di due ettari di estensione, lavorano soltanto il 12% circa di tutto il suolo agricolo del pianeta e producono approssimativamente il 35% dei generi alimentari mondiali.

Contadini africani sempre più poveri

In Africa si stima che ci siano almeno 33 milioni di produttori agricoli su piccola scala. Si calcola che producano dal 70% all’80% di tutto il cibo disponibile nel continente. Tuttavia costituiscono il 90% della popolazione del continente che vive sotto la soglia di povertà.

Eppure lo sviluppo agricolo è considerato una priorità per l’Africa e negli ultimi anni ha attratto l’interesse delle istituzioni finanziarie internazionali.

La ricerca dell’AFSA

La Banca africana di sviluppo (AfDB) l’ha considerato come il motore della crescita economica del continente e ha messo a punto un programma specifico: Feed Africa strategy 2016-2025 (Strategia per sfamare l’Africa), dichiarando la volontà di contribuire in modo significativo a dar forma al modello di produzione agricola del continente.

In un rapporto recentemente pubblicato, dal titolo Tracking the Role of the African Development Bank in Reshaping African Agriculture (Tracciare il ruolo della Banca africana di sviluppo nella trasformazione dell’agricoltura africana), AFSA esamina una ventina di progetti finanziati dalla AfDB tra il 2019 e il 2025 per capire quale modello stia sostenendo.

Nella sua osservazione, l’autore del documento – Keiron Audain, esperto in salute pubblica e sistemi di produzione alimentare – ha tenuto conto di alcuni punti ritenuti chiave: come i fondi sono stati allocati, chi ne ha beneficiato, quali modelli hanno avuto la priorità e se gli attuali investimenti tengano conto dei principi dell’agroecologia, della sovranità alimentare e della giustizia climatica.

In sostanza, ha cercato risposta alla domanda se i produttori della maggior parte del cibo in Africa ricevano l’attenzione e il sostegno finanziario necessario per crescere e uscire dalla bolla di povertà in cui si trovano ingabbiati. E anche a quella se i principi della sovranità alimentare, insieme a quelli dell’agroecologia e della giustizia climatica, siano sufficientemente rispettati e valorizzati.

Ha esaminato i progetti usando gli strumenti messi a punto dalla Agroecology Coalition (Coalizione per l’agroecologia), dati finanziari, documenti relativi ai singoli progetti, interviste a beneficiari e personaggi influenti e informati, e ha trovato una situazione scoraggiante.

I finanziamenti della AfDB sostengono modelli di produzione agricola su scala industriale che necessitano di input in modo intensivo.

Il maggior peso finanziario va per l’acquisizione e la distribuzione di fertilizzanti chimici e sintetici, semi ibridati e brevettati, meccanizzazione del lavoro agricolo, monoculture.

Un sistema che segue il modello della “Green Revolution” (Rivoluzione verde) che ha funzionato nel secolo scorso per aumentare la produzione agricola e ridurre la fame e la povertà, ma ha portato ai danni sociali, ambientali e climatici con cui ci scontriamo oggi.

Nessuno dei progetti esaminati può essere considerato come allineato ai principi dell’agroecologia.

Quelli di bandiera si trovano in fondo alla graduatoria a causa del modello adottato, in cui le decisioni vengono prese senza il coinvolgimento dei beneficiari e in cui gli input tecnologici (compresi fertilizzanti chimici e sementi brevettate) hanno la maggior attenzione e dotazione finanziaria.

In conclusione, dice il rapporto, la AfDB avrebbe la possibilità finanziaria ed istituzionale per guidare la transizione agricola in Africa. Ma dovrebbe andare oltre il modello di produzione agricola industriale e finanziare piuttosto iniziative con un chiaro e forte indice agroecologico, che puntino alla rigenerazione ambientale, che supportino i mercati locali e mettano al centro l’iniziativa delle reti contadine.  

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