L’Africa produce solo il 3% dei farmaci globali ma ne importa oltre il 70%. È una situazione che da un lato si riflette sull’approvvigionamento e sui costi, dall’altro sul proliferare delle medicine contraffatte.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ogni anno il traffico di farmaci contraffatti uccide quasi mezzo milione di persone nell’Africa subsahariana. Si tratta soprattutto di antimalarici e antibiotici. Un numero enorme di vittime, dovuto non solo all’assenza di controlli e verifiche ma alla difficoltà di accesso a luoghi di cura e agli stessi medicinali, la cui domanda sta crescendo rapidamente.
Il secondo continente più popoloso al mondo ha un grande bisogno di cure nell’immediata disponibilità. Nonostante l’Africa rappresenti circa il 17% della popolazione mondiale, conta infatti il 25% del carico di malattie a livello globale.
Pensare che non esista una produzione farmaceutica a livello locale è però errato, ma questa è altamente insufficiente per coprire i bisogni di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone. Gli stabilimenti di produzione in tutto il continente sono 690, ma solo otto paesi, metà dei quali in Nordafrica, rappresentano l’85% di tali industrie. E, comunque, la maggior parte degli stabilimenti opera solo tra il 30% e il 60% della propria capacità, rispetto a oltre il 70% nelle economie più avanzate.
Aziende all’avanguardia nella produzione di ingredienti farmaceutici locali esistono, dunque, ma rimangono insufficienti per i bisogni delle popolazioni. Tra queste la Emzor Pharmaceuticals e Fidson Healthcare in Nigeria, Aspen Pharmacare in Sudafrica, Eva Pharma in Egitto, Dei BioPharma in Uganda, API for Africa in Kenya.
Altro grosso problema è che l’Africa importa oltre il 95% dei suoi principi attivi farmaceutici, principalmente da India e Cina. Questo, evidentemente, rende la produzione locale costosa e vulnerabile ai prezzi esteri.
Questa eccessiva dipendenza si è fatta poi particolarmente sentire durante il Covid19, quando le limitazioni di esportazioni da Cina e India hanno provocato il blocco di alcune aziende. In quel periodo si faceva fatica a trovare farmaci essenziali come antibiotici, antimalarici e trattamenti contro il cancro.
Investire a livello locale nella produzione dei farmaci è evidentemente essenziale ma occorre la disponibilità dei governi e la fiducia degli investitori. In Africa arriva per il momento solo il 5% scarso degli investimenti esteri globali nella produzione farmaceutica. Sono in particolare paesi, come il Kenya e l’Etiopia, che oggi stanno attraendo tali investimenti.
Esisterebbe però un grande potenziale e una serie di studi di privati o di organismi internazionali, come l’AUDA-NEPAD (African Union Development Agency) hanno evidenziato come incentivi mirati, infrastrutture e supporto politico possano contribuire a incrementare la produzione in Africa e ad ampliare l’accesso a farmaci a prezzi accessibili.
Per esempio è stato rilevato che compresse, capsule e creme prodotte in Etiopia e Nigeria potrebbero essere più economiche del 15% rispetto agli stessi prodotti importati dall’India. Le sfide riguardano l’accesso all’assistenza sanitaria, le infrastrutture, le condizioni socioeconomiche, l’autonomia di produzione.
La soluzione più appropriata rimane – ripetono gli esperti – la crescita dell’industria farmaceutica locale. È proprio a questo scopo che, dopo l’annuncio dello scorso anno, è stato lanciato il primo ente regolatore medico africano a livello continentale. Uno dei problemi è che l’Africa è carente di una regolamentazione medica efficace: solo 9 paesi dell’Unione Africana su 54 dispongono di sistemi normativi conformi agli standard dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Compito dell’Agenzia africana per i medicinali (AMA) sarà quindi quello di garantire che, una volta approvato un trattamento in un paese africano, questo possa essere riconosciuto anche negli altri. Inoltre, l’ente mira a promuovere la ricerca: al momento solo il 3% degli studi clinici si svolge in Africa. Ovviamente, sono necessari ingenti investimenti.
Un rapporto della Banca africana di sviluppo (AfDB) stima che entro il 2030 saranno necessari circa 11 miliardi di dollari per finanziare la crescita di tale industria che lavori anche alla produzione di principi attivi farmaceutici e vaccini. Investimenti in questo senso non sono soltanto un fattore di civiltà, ma contribuiscono a salvare vite umane.
Ad esempio, in Sudafrica, per un ciclo di sei mesi di capecitabina, farmaco utilizzato per trattare alcuni tipi di tumore, il costo è di circa 2.200 dollari. Produrre localmente i principi attivi farmaceutici ridurrebbe i costi eliminando le tasse di importazione e i ritardi nelle spedizioni. Senza pensare agli effetti indiretti: l’impulso all’innovazione e alle economie locali, la creazione di posti di lavoro.
Alcuni autori ritengono che il modo migliore per sviluppare l’industria di produzione di principi attivi farmaceutici sia la produzione a flusso continuo, una tecnologia che consentirebbe una produzione più rapida, sicura e costante, con meno sprechi e costi, rendendo nel tempo la produzione africana più competitiva e sostenibile.
Certo gli ostacoli non mancano e non riguardano solo finanziamenti e costi infrastrutturali ma la necessità di preparare personale altamente qualificato, così come la collaborazione tra i centri di produzione, gli istituti di ricerca, le università.
È necessario investire nella produzione locale di materie prime, vista la grande dipendenza dall’importazione dei principi attivi. Ma poi, come accennavamo, è indispensabile la volontà e l’impegno politico: in questo senso offrire agevolazioni fiscali e sussidi, migliorare le condizioni essenziali di operatività delle industrie, come garantire la fornitura di energia elettrica senza interruzioni, per esempio.
La discussione è aperta e una nuova sensibilità sembra essere emersa. Il direttore generale dei Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), Jean Kaseya, ha definito “la seconda indipendenza dell’Africa” l’appello dell’Unione Africana a promuovere la produzione locale di prodotti farmaceutici e sanitari. Ora si tratta di fare.
Intanto arrivano buone notizie dal Sudafrica che ha appena avviato le sperimentazioni del primo vaccino sviluppato localmente per il colera. Meno dell’1% dei vaccini sono realizzati in Africa. Solo una manciata di paesi hanno le strutture per lavorarci e solo due, il Sudafrica, appunto, e il Senegal, la capacità di realizzarli dall’inizio alla fine del processo.