Editoriale dicembre 2015
Redazione

La guerra non è l’unica e inevitabile risposta al terrorismo islamico, come in molti sostengono oggi. Ci rifiutiamo di pensarlo. Perché convinti, come dice papa Francesco, che «la guerra non porta mai la pace, soltanto altra violenza». Lo confermano i fatti di queste ultime settimane. Da quando Francia, Russia e Usa hanno intensificato i raid aerei contro lo Gruppo Stato islamico (Is) in Siria e Iraq sono andati aumentando gli attentati terroristici. Le stragi di Ankara e Beirut, l’aereo russo esploso nel Sinai, le carneficine di Parigi e Bamako (Mali) sono una reazione dell’autoproclamato califfato ai bombardamenti della coalizione occidentale. Fino a che non cesseranno i raid aerei, c’è da aspettarsi che i paesi europei, Russia e Usa continueranno a essere nel mirino di nuovi attentati firmati da una miriade di organizzazioni criminali riunite sotto l’egida del jihad contro il nemico comune.

La verità è che la lotta armata al terrorismo islamico è perdente, non riuscirà mai a sconfiggerlo. I media nostrani ci danno notizia dei successi contro le postazioni militari dell’Is e di capi miliziani che sono stati eliminati. Ma non ci dicono mai quanti sono i civili che muoiono sotto la pioggia di migliaia di bombe sganciate dai raid aerei. L’uccisione di persone innocenti in Siria e in Iraq favorisce la radicalizzazione di musulmani che vanno ad arruolarsi nelle file degli islamisti, in reazione alle barbarie di indiscriminati attacchi aerei

Anche le tecnologie più avanzate a disposizione dei servizi segreti o le potenti macchine da guerra delle forze occidentali poco o nulla potranno fare contro la disperazione e la mimetizzazione. Gli strateghi del terrore si confondono con la gente comune, sono uomini e donne insospettabili, difficilmente riconoscibili. Sono «persone perbene, gentili e riservate», dicono di loro i vicini di casa all’indomani dell’arresto o della morte dell’autore di un attentato.

Occorre spezzare il ciclo perverso della violenza che provoca altra violenza, altra rappresaglia. L’unica via da percorrere per uscire dal tunnel di morte e paura in cui siamo entrati è la pratica della nonviolenza attiva. A cominciare dal linguaggio. Espressioni come “islamici bastardi”, il titolo a tutta pagina di un quotidiano all’indomani della strage del 13 novembre a Parigi, sono da bandire. Queste parole sono pietre che feriscono, offendono e suscitano risentimento e odio. Se dicessero di noi che siamo “cristiani bastardi” per il fatto che le nazioni capofila dell’intervento militare in Siria sono a maggioranza cristiane, reagiremmo offesi.

Il terrorismo islamista non potrà essere sconfitto se non c’è il coraggio di affrontare con onestà alcune domande di fondo. Chi sostiene e vende armi ai jihadisti? Con quali mezzi si finanziano? È sconcertante scoprire che la Francia da trent’anni sponsorizza il fenomeno del terrorismo. Che l’Arabia Saudita, tra i maggiori importatori di armi da Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia, sostiene gruppi jihadisti schedati dall’Onu come terroristi.

Ma anche l’Italia, sebbene non sia impegnata nei raid aerei, è ai primi posti nell’esportazione di armi da guerra nelle regioni arabe. Solo qualche giorno fa da Cagliari è partita una nave con un carico di missili verso la Siria. Non c’è forse una legge del nostro paese, la 185 del 1990, che vieta la vendita di armi ai paesi in conflitto o che praticano la violazione dei diritti umani? Di fronte al silenzio del governo è importante sollecitare deputati impegnati per la pace ad avviare una interrogazione parlamentare per fare luce su queste e altre esportazioni di armi ai paesi mediorientali. Si rende necessaria, poi, una moratoria internazionale che imponga un divieto assoluto di vendita di armi a nazioni in guerra: non segnerà la fine del califfato e del terrorismo, ma sarebbe una mossa incisiva nelle direzione giusta.

I jihadisti continueranno a compiere attentati se non si interviene per impedire loro di vendere il petrolio alle compagnie multinazionali occidentali a costi probabilmente competitivi o al mercato nero. L’introito miliardario di quel commercio consente ai terroristi di acquistare armi, come ha recentemente spiegato Romano Prodi.

Ma si deve agire anche sulle banche che fanno da tramite tra l’industria armiera e i paesi committenti. Per questo è urgente riproporre con maggiore vigore la Campagna “banche armate”, avviata quindici anni fa dalle riviste missionarie. Ogni risparmiatore può fare valere il proprio potere ed esercitare pressione sugli istituti di credito che si prestano al turpe commercio. È un modo concreto per opporsi ai piani di morte di chi produce e vende armi, e che del sistema bancario si serve per garantirsi profitti.