Mozambico / Parla Mons. Lisboa
La provincia di Cabo Delgado è tra le più ricche, come minerali e gas, del paese. Qui ha i suoi interessi l’Eni. Mons. Lisboa denuncia la situazione di sfruttamento delle popolazioni locali; gli sfratti; gli interessi delle multinazionali abbinati all’arricchimento di pochi politici del Frelimo. Ma anche la Conferenza episcopale locale rimane talvolta troppo silente.

PEMBA (MOZAMBICO) – Questa è la terra di conquista di chi è avido di materie prime. La regione (qui si chiama provincia) mozambicana di Cabo Delgado è al confine con la Tanzania. Vi hanno trovato il loro eldorado decine di compagnie straniere affamate di risorse: dal legno, all’oro, dalla grafite ai rubini. Al gas. A una quarantina di chilometri dal confine ha il suo quartier generale, infatti, l’Eni, che custodisce una delle principali scoperte di gas offshore della sua storia (foto in alto). Ma questa invasione straniera, abbinata alla fame di denaro della classe dirigente di Maputo, sta generando un’infinità di problemi. “Sono sempre meno quelli che si arricchiscono di più. Per la popolazione poco o niente. Anzi, la gente è cacciata dalle loro case per far posto al business”, il commento di Luiz Fernando Lisboa, vescovo di Pemba (nella foto in alto a destra), la città più importante della regione e con una Diocesi complicata: 4 vescovi in 14 anni. Lo abbiamo intervistato anche per capire l’impegno della Chiesa in vista dell’appuntamento elettorale del 15 ottobre, molto sentito nel paese. Intuendo che spesso anche prelati hanno le mani legate. Talvolta per impedimenti veri. Talvolta per scelta o convenienza.

Che lettura danno i vescovi e la Chiesa mozambicana di quel che accade nel paese, soprattutto ora a pochi giorni dal voto per le presidenziali?

Da un lato vedono che il Mozambico è ricchissimo di risorse e che in qualche modo bisogna saper approfittare di queste opportunità. Ma dall’altro c’è la preoccupazione che queste grandi compagnie che stanno invadendo il paese arrivino solo per lucrare, senza lasciare niente alla popolazione. È quello che è già successo in altri paesi, come l’Angola, ad esempio. Il nostro timore, quindi, è che la popolazione non ne tragga beneficio e che continui a vivere nella povertà, nonostante appunto la ricchezza di beni che ogni giorno si scoprono in questo paese. Che ha tra i tassi peggiori di alfabetizzazione al mondo, con una situazione critica in campo sanitario ed educativo. E mentre assistiamo a questo degrado, notiamo che un numero ristretto di mozambicani si stanno arricchendo sempre di più. I politici, anche quelli locali, rispondono a certe imprese e a una ristretta élite del partito Frelimo, che qui domina ogni aspetto della vita sociale.

Ma i vescovi hanno alzato la voce? Hanno denunciato pubblicamente questa situazione insostenibile?

Due anni fa la Conferenza episcopale mozambicana (Cem) ha pubblicato un documento molto forte e duro su queste multinazionali. Il vescovo di Tete si è esposto contro lo sfruttamento senza regole della brasiliana Vale delle miniere di carbone. Lo stesso hanno fatto i vescovi del corridoio di Nacala contro il progetto Pro-Savana, che prevede espropri di milioni di ettari di terra per progetti di land grabbing.

Ok. Ma ora? In vista del voto del 15 ottobre la Cem ha scritto un documento di accompagnamento alle elezioni dove si sottolineano le storture del sistema?

No. Per la verità, una lettera aperta era stata scritta. Ma nel frattempo, con la pace firmata tra il presidente Guebuza e il leader dell’opposizione Dhlakama, la situazione politica era cambiata e così quella lettera non fu resa pubblica.

A livello locale, la provincia di Cabo Delgado è tra le più invase da compagnie straniere in cerca di sfruttare le tante risorse che si trovano. Quali problemi principali dovete affrontare?

A Palma, nell’estremo nord quasi al confine con la Tanzania, sono stati trovati importanti giacimenti di gas. Operano l’Eni (nella foto in alto), i cinesi e l’americana Anadarco. Sono già state allontanate intere popolazioni. Ho partecipato a una riunione con i leader locali. Prevalentemente musulmani. Ho sollecitato loro di non accettare i soldi in contante per andarsene. Queste compagnie devono mettere a disposizione delle persone sfollate nuove terre, nuove case, migliori di quelle che avevano. Oppure le persone non devono accettare di andarsene. Il risarcimento in denaro non va bene. Sarebbe subito consumato o sprecato. Il problema degli sfratti si sentirà pesantemente anche qui a Pemba, dove verrà realizzato un nuovo grande porto, dove ha interessi un altro italiano, Gabriele Volpi.

Il continuo flusso in arrivo di nuove imprese, che portano con loro migliaia di lavoratori, spesso stranieri, ha conseguenza anche per la vita di tutti i giorni per una realtà come la nostra, dove mancano infrastrutture adeguate. Succede, così, che spesso già ora vengono a mancare energia e acqua. La stessa sede vescovile è senz’acqua. Una situazione destinata a peggiorare.

Arrivano perché Cabo Delgado è ricchissimo di minerali.

Certo. Si stanno scoprendo continuamente nuove ricchezze dal sottosuolo: dai rubini alle pietre semi-preziose, dalla grafite all’oro. Molte imprese in partnership con importanti politici locali, come i generali Pachinuapa e Chipande (una specie di eroe nazionale, essendo stato colui, come narra la leggenda, che ha sparato il primo colpo nella guerra di indipendenza, ndr), acquisiscono terreni che vengono bucati da migliaia di lavoratori, che arrivano anche da altre province del paese. Vicino a Montepuez, nella zona di Balama, vi sono decine di inaccessibili miniere a cielo aperto, circondate da poliziotti molto violenti, soprattutto con la popolazione locale (foto in alto a destra). In una di queste miniere, la sola che siamo riusciti a visitare, c’erano più di 2 mila lavoratori. Con tutti i problemi che questa presenza massiccia comporta: prostituzione, droga, mercati illegali. Le conseguenze sono le scuole vuote: intere famiglie, dai più piccoli ai genitori, vanno infatti a lavorare in quegli ambienti. La tragedia è che molti muoiono sotterrati sotto quella terra per improvvisi crolli. Qualche settimana fa ne è successo uno, sotto il quale sembra che siano rimaste  un’ottantina di persone. Ma numeri certi, ovviamente, non ci sono.

La Chiesa locale, le strutture e le comunità della Diocesi come sono impegnate per, se non fermare questi fenomeni, almeno renderli noti e denunciarli?

La verità è che abbiamo una grande sfida davanti e spesso non sappiamo cosa fare. La Commissione giustizia e pace ha gambe fragili e forze insufficienti. Quest’invasione massiccia di multinazionali e di lavoratori è avvenuta così rapidamente che la società civile e la Chiesa sono rimaste spiazzate. A novembre è prevista una grande assemblea dove le comunità porteranno suggerimenti e proposte su cosa fare. Vorremmo anche organizzare un incontro con i tre candidati alle “presidenziali per capire il loro impegno per questa terra. Ma non è così facile.

Nelle foto sopra: il vescovo di Pemba, Luiz Fernando Lisboa e le miniere di Montepuez.