Kenya, attacco a Kuki Gallmann
Il colpo di pistola che ha gravemente ferito la proprietaria terriera domenica, potrebbe essere una vendetta per l’uccisione di bestiame, al pascolo all’interno della sua riserva. Ma i reali motivi e la dinamica dell’incidente appaiono oscuri, e la presenza dell’esercito kenyano non serve certo a placare gli animi, infiammati dalla siccità e dal caldo clima elettorale.

Il 23 aprile scorsa Kuki Gallman, la nota scrittrice e ambientalista di origine italiana (il suo vero nome è Maria Boccazzi), è stata gravemente ferita allo stomaco nella sua tenuta keniana. E’ stata portata d’urgenza all’ospedale Aga Kan di Nairobi dove si trova ancora in condizioni gravi, ma stazionarie.

Non è la prima volta che la scrittrice viene attaccata e ferita per il suo impegno per la protezione della fauna selvatica che vive nella sua proprietà – posta al confine tra le contee di Laikipia e Baringo, nel centro del Kenya – trasformata in una riserva in cui turisti facoltosi possono vivere a contatto con un ambiente naturale africano ancora incontaminato. Ma l’attacco dei giorni scorsi si inquadra in un clima infuocato dalla siccità e dalle elezioni politiche ed è solo l’ultimo di una lunga serie di drammatici episodi, iniziata alla fine dell’anno scorso e che ha provocato morte e distruzione in tutta la zona, e nella contea di Laikipia in particolare. Era già toccato anche alla Gallmann, in marzo, quando il suo lussuoso resort, il Mukutan Retreat, era stato incendiato. Prima ancora un inglese, Tristan Voorspuy, come lei proprietario di una vasta riserva, era stato ucciso mentre controllava i danni provocati alle sue strutture turistiche.

La contea di Laikipia è una delle mete del turismo d’élite in Kenya, considerata tra le cinquanta più esclusive del mondo. Metà del suo vasto territorio (8.696 km2, abitati da circa 400.000 persone) è occupato da tenute private, in gran parte trasformate in riserve naturalistiche per la protezione della fauna selvatica. Kuki Gallmann – nota anche per essersi impegnata personalmente per la proibizione del commercio di avorio che sta causando l’estinzione degli elefanti – è proprietaria, attraverso la Gallmann Memorial Foundation da lei voluta alla morte del marito e del figlio, della Laikipia Nature Conservancy che ha un’estensione di 100.000 acri, pari a oltre 400 kmq, la più vasta della contea.

Il paradiso e l’inferno

Molto poco dei benefici di questo mondo privilegiato ha raggiunto la popolazione locale, costituita in gran maggioranza da Masaai, nonostante l’impegno anche umanitario di alcuni di questi proprietari terrieri e della Gallmann stessa. Accanto a resort esclusivi, dove si pagano fino a 1.000 dollari a persona per notte, si trovano ancora villaggi poverissimi, dove le donne camminano per chilometri per approvvigionarsi di acqua e di legna da ardere. La fonte di sostentamento principale continua ad essere l’allevamento brado, diventato sempre più problematico per i cambiamenti climatici che hanno determinato periodi di siccità sempre più lunghi e frequenti.

Quest’anno la situazione è particolarmente grave e ha già provocato la decimazione del bestiame nelle zone aride e semiaride del paese, spingendo gli allevatori a muovere le mandrie in cerca di acqua e foraggio. La contea di Laikipia è stata invasa da almeno 135.000 capi di bestiame, accompagnati da circa 10.000 pastori pesantemente armati provenienti dalle contee limitrofe di Baringo, Isiolo, Samburu, proprio perché lì, e in particolare nelle riserve, le mandie potrebbero ancora trovare di ché sopravvivere. Questo è il motivo delle fortissime tensioni che sono sfociate in numerosi scontri tra i pastori e le guardie delle riserve stesse, affiancate poi dall’esercito, dispiegato in forze per riportare l’ordine nella zona.

Responsabilità politiche

L’attentato a Kuki Gallmann pare essere stato orchestrato come vendetta per l’uccisione di un centinaio di capi di bestiame che si trovavano all’interno della sua riserva. Simili episodi si sono ripetuti frequentemente nella zona, tanto che Raila Odinga, capo dell’opposizione, la scorsa settimana ha chiesto di mettere fine all’operazione militare, suscitando ovviamente un acceso dibattito in un già surriscaldato periodo elettorale. Non è ancora ben chiara la dinamica dell’incidente alla Gallmann, attribuito da alcuni ai pastori Pokot, nemici giurati dei Masaai nella zona, e da altri a criminali prezzolati.
Sembra però evidente che la presenza dell’esercito non sia servita a calmare gli animi, ma piuttosto ad esacerbare ulteriormente la rabbia dei pastori che, in mancanza di politiche di sostegno alla loro attività e di protezione dell’ambiente, diventano il capro espiatorio di una situazione di fatto in equilibrio molto precario, tra un mondo ancestrale non sufficientemente sostenuto in una necessaria evoluzione, e un mondo dorato che difende una situazione che pure necessita di venire a patti con la realtà circostante. 

Kuki Gallmann con un gruppo di Maasai (foto: Wendy Stone/Corbis via Getty Images/thetimes.com)