Gambia / Le proteste
I gambiani sembrano davvero non poterne più del loro dittatore Yahya Jammeh, al potere dal 1994. Dopo la recente ondata repressiva ai danni degli oppositori del regime, sono frequenti le manifestazioni di dissenso di cittadini indignati, anche oltre confine. La comunità africana per ora resta a guardare.

Erano qualche centinaia, venerdì 22 aprile, gli esponenti della società civile gambiana e senegalese a manifestare alla Place de l’Obelisque a Dakar. Gli slogan sulle loro magliette, scritti in inglese e wolof, rispettivamente la lingua coloniale del Gambia e l’idioma nazionale locale che accomuna i popoli dei due paesi – fin da prima che l’assurda spartizione coloniale ne dividesse in modo così tragicamente diverso le sorti – inneggiavano alla solidarietà tra i due popoli e alla fine della dittatura in Gambia di Yahya Jammeh: “We are all gambians”,“Abbastanza è abbastanza. Jammeh deve andarsene”.

Ondata repressiva
L’ultima escalation di violenta repressione del tiranno
è iniziata giovedì 14 aprile, con il pestaggio e l’arresto di alcuni esponenti e militanti del partito di opposizione Udp (Partito Democratico Unito), che chiedevano riforme elettorali in vista delle presidenziali di dicembre. «Jammeh non soltanto ha rifiutato un accordo con l’opposizione, ma ha manipolato la legge elettorale aumentando il versamento di partecipazione per i candidati alle elezioni da 5.000 a 52.000 dollari, e ha invitato tutti i partiti politici a rivolgersi al ministero degli Interni dichiarando che il loro attuale riconoscimento non è più valido», spiega Frederik Tendeng, giornalista gambiano esiliato a Dakar, attivista contro il regime di Jammeh dal Senegal. Alla notizia della morte in seguito alle torture di uno degli arrestati, Solo Sandeng, e della sparizione di altre due militanti, altre persone sono state arrestate nelle manifestazioni che ne sono seguite, come l’avvocato Ouisanou Darboe. Oggi, 36 persone sono ancora in carcere: membri e militanti dell’Udp, cittadini indignati, passanti.
Frederik Tendeng è tra gli organizzatori della manifestazione del 22 aprile: «L’abbiamo organizzata per mostrare al popolo gambiano che non siamo soli, che ci sono ragioni per sperare. Che il popolo senegalese, intimamente legato a quello gambiano, gli è solidale, e che tutto il mondo sta seguendo quello che sta succedendo in Gambia».

Non intervento africano
Infatti, Stati Uniti, Unione europea e organizzazioni internazionali di difesa dei diritti dell’uomo hanno subito condannato la repressione di Jammeh. A far invece indignare tanti in Senegal, è stato il ritardo delle dichiarazioni e l’esitazione all’azione della comunità africana e del presidente senegalese Macky Sall, soprattutto in qualità di presidente di turno della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale).
Amnesty International Senegal chiede tra le altre cose un’inchiesta affinché i responsabili della morte di Solo Sandeng siano portati davanti alla Giustizia. Alioune Tine, suo coordinatore, ha così denunciato alla manifestazione di venerdì: «Siamo protetti dal protocollo della Cedeao sulla buona governance e sulla democrazia, che difende le libertà fondamentali, e dalla Carta africana dei diritti dell’Uomo e dei popoli. La sede della Commissione Africana si trova proprio in Gambia, e in questo paese per il fatto semplicemente di manifestare pacificamente per esprimere le proprie opinioni si rischia la vita…diciamo no! In un contesto pre-elettorale così teso (Le elezioni sono previste per il 1 dicembre), non sono dei comunicati stampa che risolvono la situazione. Le leadership africane devono riunire tutte le parti in gioco e discutere per avere un codice consensuale e andare verso elezioni trasparenti e democratiche».
Le stesse preoccupazioni sono condivise da Fatou Senghor, direttrice regionale di “Articolo19”: «siamo qui oggi in solidarietà al popolo gambiano, che si leva per dire no all’oppressione, e per interpellare l’opinione pubblica africana a prendere delle decisioni prima che sia troppo tardi. Se non si agisce in fretta, si rischia di arrivare a una catastrofe umanitaria e a una crisi senza precedenti».

Due vicini insofferenti
Lo stesso silenzio era stato osservato da Macky Sall già dal mese di marzo, quando una diatriba tra i trasportatori senegalesi e il governo gambiano, che ha aumentato smisuratamente le tasse per il passaggio delle merci alla frontiera, ha portato al blocco della trans-gambiana. La situazione è ancora in sospeso, mentre la popolazione, soprattutto gambiana, ne sta pagando le conseguenze a causa dell’arresto degli scambi commerciali con il paese che lo circonda. Le controverse relazioni tra i due vicini sono poi peggiorate il 16 aprile, quando quattro membri di una missione ministeriale senegalese sono stati arrestati dalle autorità gambiane per aver presumibilmente invaso i confini nella foresta alla frontiera tra i due paesi, mentre svolgevano una missione sul disboscamento abusivo. In Senegal si pensa che sia stato il timore di un intervento militare senegalese a dissuadere Jammeh, che ha fatto liberare i funzionari quattro giorni dopo.

«La rivoluzione inizia ora!», grida al microfono il giovane rapper gambiano Killa Ace, fuggito dal paese l’anno scorso a causa di una canzone di denuncia del regime. Come lui, tanti si stanno chiedendo se finalmente i gambiani inizieranno a trascendere la paura e tenteranno di porre fine a una dittatura di 22 anni. Intanto, secondo delle rivelazioni del quotidiano senegalese Rewmi, Yahya Jammeh avrebbe iniziato a evacuare parte della sua famiglia, mandando sua moglie in Marocco.

Nella foto alcuni dimostranti durante la manifestazione nella Place de l’Obelisque a Dakar, in Senegal. (Fonte: Afp)