Nuova impennata nelle già tese relazioni tra Stati Uniti e Sudafrica, in costante deterioramento da quando il presidente Donald Trump è tornato in carica all’inizio dello scorso anno.
Il 15 settembre Washington ha annunciato nuove restrizioni sulla concessione di visti rivolte a “cittadini stranieri coinvolti in discriminazioni razziali e nell’incitamento a violenze imminenti, nonché in espropriazioni di terreni senza indennizzo in Sudafrica”.
Una misura riecheggiata a Pretoria attraverso le minacciose dichiarazioni dell’ambasciatore statunitense Leo Brent Bozell, secondo cui “il tempo del dialogo è scaduto” e “questa politica di restrizione dei visti è solo il primo passo di una serie di misure di escalation che dimostreranno la ferma determinazione degli Stati Uniti su questo fronte”.
Dalla Casa Bianca il segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato intendere che le nuove politiche sono state introdotte in quanto “il governo sudafricano non ha affrontato in modo adeguato le preoccupazioni precedentemente espresse”.
Il riferimento è cinque richieste avanzate dall’amministrazione Trump al governo sudafricano nel giugno 2025, alle quali l’ufficio della presidenza di Ramaphosa non avrebbe ancora dato risposta.
Nello specifico, gli Stati Uniti chiedono di condannare “la retorica che incita all’odio”, facendo riferimento al famigerato inno “kill the boer” (uccidi il boero), nato negli anni ’80 durante la lotta contro il regime segregazionista bianco, che la Corte Costituzionale del Sudafrica ha stabilito rientri nella libertà di espressione politica protetta dalla Costituzione.
Gli USA chiedono inoltre di garantire che le politiche di esproprio dei terreni agricoli – il 70% dei quali in mano a bianchi afrikaner, poco più del 7% della popolazione – prevedano criteri di indennizzo equi e trasparenti.
Sotto accusa è una legge, firmata da Ramaphosa nel 2025, che permette l’espropriazione di proprietà private per interesse pubblico, prevedendo circostanze in cui l’indennizzo può essere fissato a zero.
Una legge che in realtà impone alle autorità, nella maggior parte dei casi, di tentare prima di raggiungere un accordo con i proprietari, consentendogli di portare le controversie in tribunale.
Washington vorrebbe inoltre che il governo riveda le politiche del BEE (Black Economic Empowerment), legge che mira a riparare le disuguaglianze create dall’apartheid attraverso incentivi alle aziende che contribuiscono all’emancipazione economica della popolazione nera, imponendone una presenza nei consigli d’amministrazione (almeno il 30%), dei dipendenti o dei fornitori di servizi.
Infine chiede di interrompere i legami con l’Iran e con i nemici degli Stati Uniti, assumendo una reale posizione di non allineamento.
Più volte il Sudafrica ha respinto le accuse mosse dagli Stati Uniti cercando di ricucire i rapporti, incrinati in seguito alle accuse mosse da Trump, arrivato indicare in più occasioni il Sudafrica come il responsabile di un presunto “genocidio” nei confronti degli afrikaner, avanzando prove strumentali, rivelatesi del tutto prive di fondamento.
Nel tentativo di riallacciare un dialogo, nel maggio dello scorso anno il presidente Ramaphosa si era recato alla Casa Bianca dopo che Trump aveva sospeso gli aiuti destinati al paese, espulso l’ambasciatore sudafricano e offerto asilo negli USA ai sudafricani bianchi oggetto, secondo il tycoon, di “persecuzioni”.
Tre mesi dopo Washington aveva poi imposto al Sudafrica dazi del 30% sulle merci esportate negli Stati Uniti, l’aliquota più alta applicata a un paese dell’Africa subsahariana.
Tensioni che si sono riverberate anche sul vertice dei G20 a Johannesburg dello scorso novembre, al quale gli USA non hanno partecipato, mentre per il prossimo, che si terrà a Miami, il Sudafrica non è stato invitato.