Unione africana, Etiopia e Kenya pronte a intervenire militarmente. Ma solo in un’operazione concordata.
La pace non è mai stata così lontana: l’avanzata dei ribelli islamisti si è fermata, ma gli scontri continuano. Il governo proclama lo stato d’emergenza e chiede l’intervento militare dei paesi vicini. Ma i ribelli minacciano nuove ritorsioni.

Il presidente somalo Sharif Ahmed ha proclamato oggi lo stato di emergenza in tutto il paese, dopo la crescente ondata di violenze dei giorni scorsi che ha nuovamente insanguinato la Somalia, compresa la capitale Mogadiscio. Il decreto presidenziale deve ora essere approvato dal parlamento per poter entrare in vigore, ma al momento i parlamentari non sono ancora stati convocati.

Le recenti violenze sono costate la vita anche a due deputati, uno dei quali, Omar Haji Aden,  ministro per la Sicurezza nazionale, vittime, con altre 30 persone, di un attentato scoppiato giovedì scorso a Baladwein, vicino al confine con l’Etiopia. Nei due giorni precedenti i morti  sono stati almeno 11, tra loro anche il capo della polizia di Mogadiscio. L’avanzata e la riconquista dei centri e dei villaggi strategici lanciata oltre un mese dai ribelli islamisti si è arrestata, ma il conflitto resta ad un livello altissimo, tanto che sabato 20 giugno il governo di transizione ha chiesto un aiuto militare immediato alla comunità internazionale. Il presidente del Parlamento somalo, Aden Mohamed Nur, aveva invitato i Paesi vicini – e in particolare Kenya, Etiopia, Gibuti e Yemen – a “inviare truppe in Somalia nelle prossime 24 ore.”

Ipotesi subito supportata dal presidente della Commissione africana, Jean Ping, contro “l’aggressione” dell’opposizione islamista. Domenica anche i 57 Paesi membri dell’Organizzazione della conferenza islamica hanno invitato la comunità internazionale ad un intervento urgente in Somalia contro i guerriglieri islamisti. In risposta gli Shebab, che guidano l’offensiva contro l’autorità di Mogadiscio, hanno minacciato nuove azioni di ritorsione contro i paese stranieri che volessero intervenire in Somalia.

Il governo etiopico, già accorso una volta in sostegno all’esercito somalo (le gennaio 2009), ha rinnovato il suo appoggio a Mogadiscio ma si è affrettato a sottolineare che non intende intervenire da solo: lo farà solo  nel quadro di una “decisione internazionale”. Anche il Kenya ha annunciato eventuali interventi se la situazione somala non dovesse rientrare: è in pericolo la stabilità di tutta l’area. L’Unione Africana ha promesso di aumentare il proprio contingente militare, che attualmente impegna 4mila 300 soldati, in Somalia e a contribuire alla costruzione di una forza di polizia. Finora i caschi verdi non hanno avuto a disposizione mezzi e uomini sufficienti per fare la differenza nel conflitto in Somalia, dove le istituzioni sono vacanti dal 1991. Il mandato degli uomini dell’Amisom impone loro di intervenire solo in funzione difensiva.

I militanti islamisti Shebab sono accusati di essere in collegamento con al Qaida: sia i paesi africani che confinano con la Somalia, che le grandi potenze occidentali, come Unione europea e Stati Uniti, temono che il caos somalo possa essere sfruttato come terreno di infiltrazione terroristica, e venga destabilizzata così l’intera regione.

Le presidenza del moderatosharia in tutto il territorio è riuscita a convincere parte dell’opposizione islamista a desistere dal voler rovesciare il governo di transizione.