L’inchiesta è nata in Francia e si è sviluppata in Gran bretagna e Usa. Ora anche in Italia.
La Procura di Milano chiede di bloccare i contratti sullo sfruttamento petrolifero di Eni e Saipem in Nigeria, accusate di aver pagato182 milioni di tangenti ai politici nigeriani in cambio di appalti miliardari. Il 22 settembre prevista la prima udienza.

Questo contratto non s’ha da fare: la procura di Milano ha avanzato una richiesta di interdizione per bloccare i contratti in essere tra l’azienda italiana Eni e la Nigerian National Petroleum Corporation, la società statale che gestisce lo sfruttamento del greggio nigeriano. La richiesta, presentata il 7 settembre dai pm Sergio Spadaro e Fabio de Pasquale, arriva nel corso di un’inchiesta che riguarda il pagamento di tangenti versate tra il 1994 e il 2004:  nelle tasche di 3 presidenti nigeriani, Sani Abacha, Abdusolami Abubakar e Olusegun Obasanjo, e ad altri 50 politici locali, Eni e Saipem avrebbero versato ben 182 milioni di dollari. Tangenti finite in conti svizzeri da capogiro, in cambio di appalti da 6 miliardi di euro per la costruzione di impianti di estrazione e stoccaggio del gas liquefatto del giacimento a Bonny Island, nello stato del Delta del Niger, dove sono attivi i militanti del Mend.

Le mazzette venivano pagate da Tski, consorzio internazionale di cui fa parte anche l’ex Snamprogetti, ora ribattezzata Saipem. Per il colosso a sei zampe è un brutto colpo a sorpresa: l’inchiesta è stata aperta in luglio, e blocca di fatto la prescrizione della (possibile) responsabilità amministrativa delle due big italiane a pochi giorni dalla scadenza. Risultano indagati due manager della Saipem, chiamati a comparire in udienza il prossimo 22 ottobre; il giudice Mariolina Panasiti potrebbe decidere di sequestrare l’intero profitto ricavato in anni di legami commerciali con la Nigeria. L’Eni è inoltre sotto accusa da parte dei gruppi ambientalisti per le continue violazioni dei diritti umani e ambientali commesse nei suoi impianti di estrazione nel paese: nel Delta del Niger l’inquinamento di terra e acqua ha ormai messo in ginocchio l’agricoltura, l’allevamento e la pesca. Tra la popolazione locale si registrano numerosi casi di tumori e di difficoltà all’apparato respiratorio.

L’indagine rappresenta il risvolto italiano di un’inchiesta ben più ampia, partita da Parigi (coinvolta anche la francese Technip), e che vede coinvolti anche Stati Uniti (per Kbr) e Gran Bretagna; sotto accusa anche la giapponese Jgc. Tutto è partito dalle dichiarazioni di Albert Jackson Stanley, manager della multinazionale americana Kbr, uscito dall’indagine in Texas dopo aver patteggiato sette anni di carcere: ha affermato che i 4 partners dividevano profitti, oneri e responsabilità. Tesi che i due manager italiani contestano: le tangenti sarebbero state pagate, a loro dire, solo dai colleghi statunitensi. Anche l’Eni ha cominciato il gioco dello scarica barile: non è ancora chiaro quanto l’inchiesta possa incidere sui conti e sui profitti dell’azienda, ma se la responsabilità di collaboratori e dipendenti venisse comprovata, l’azienda “promuoverà tutte le misure legali per tutelare gli interessi e la reputazione della compagnia”.

Da Nigrizia mensile di settembre:

Petrolio non olet, di Gianni Ballarini