Nuove proteste contro il gigante francese
Con lo slogan “Stop Bolloré: le multinazionali fanno la parte del leone” diverse associazioni hanno marciato, sabato scorso, per le strade di Parigi. Accusano il gruppo industriale francese di aver ampliato la sua operatività in numerosi paesi africani anche grazie al sostegno a dittatori e dirigenti corrotti, di essere responsabile dello sfruttamento intensivo delle materie prime in ambito minerario e agricolo, e di aver impiegato lavoratori sottopagati.

Ad organizzare la marcia è stata la “Convergence Action Bolloré”, nata dopo il disastro ferroviario del 21 ottobre 2016 in Camerun, in cui morirono quasi 80 persone che viaggiavano sulla linea Camrail, filiale del gruppo francese.

Da produttore di carta nel 1822, Bolloré oggi è uno dei 500 gruppi industriali più grandi al mondo. Ha ampliato il suo business nei settori principali della società odierna: dalle telecomunicazioni alla logistica, dai trasporti all’elettricità, dalle banche alle piantagioni. Se consideriamo solo il continente africano, in cui opera da 25 anni, Bolloré ha esteso le sue attività in 46 paesi attraverso “Bolloré Africa Logistics”. Possiede terminali di stoccaggio dei container nei maggiori porti africani: dalla Costa D’avorio al Camerun, dal Ghana alla Sierra Leone, fino alla Nigeria. La compagnia ha investito in tre linee ferroviarie: Sitarail, Camrail e Benirail. Il ramo africano del gruppo opera anche nelle comunicazioni, nelle miniere, nell’agricoltura e nell’industria farmaceutica. Proprio la sua presenza in settori economici strategici ha alimentato le accuse di connivenza con alcuni dei più contestati regimi africani della storia recente.

L’agricoltura è uno dei settori in cui Bolloré ha deciso di investire. Il gruppo è azionista al 38% di Socfin, una compagnia belgo-lussemburghese che possiede circa 187.000 ettari tra Asia e Africa. Coltiva palma da olio e gomma in Camerun, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Ghana, Nigeria, Sao Tomé e Principe, Liberia e Repubblica Democratica del Congo. In molti di questi paesi le concessioni terriere ottenute da Socfin sono sotto accusa. La società civile locale denuncia lo scarso coinvolgimento della popolazione, spesso ignara degli accordi, la pratica degli sfratti e della distruzione delle colture preesistenti.

In Sierra Leone la comunità di Malen contesta la concessione di 25.000 ettari (di cui 12.500 sono stati piantati) rilasciata dallo Stato alla compagnia belgo-lussemburghese e sostiene di non essere stata coinvolta nella decisione. Le ong locali e gli stessi contadini chiedono l’avvio di un’indagine indipendente che valuti le denunce fino ad ora rimaste inascoltate. Attivisti e contadini puntano il dito anche sulle condizioni vantaggiose garantite alla compagnia, che avrebbe ottenuto oneri molto bassi per lo sfruttamento delle terre. In questi anni, dal 2011, non sono mancate le proteste. Sei persone appartenenti all’associazione MALOA (Malen Affected Land Owners and users Association) sono finite in carcere per aver distrutto 40 alberi di palma da olio di proprietà di Socfin.

La partecipata di Bolloré è finita anche in un rapporto di Greenpeace sugli impatti della deforestazione nel bacino del fiume Congo. Il documento “Minacce sulle foreste africane” accusa Socfin di aver abbattuto alberi per realizzare piantagioni nella Repubblica Democratica del Congo.

Ma Vincent Bolloré non vuol sentir parlare di land grabbing, soprattutto sui media francesi. Gli avvocati del gruppo hanno già portato in tribunale tre giornalisti, con l’accusa di diffamazione per aver inserito la compagnia nel novero dei responsabili dell’accaparramento delle terre africane.

Foto: Vincent Bolloré

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