Stop al Memorandum Italia-Libia - Nigrizia
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Il 2 novembre si rinnova tacitamente il patto mentre crescono le violenze in mare della guardia costiera libica
Stop al Memorandum Italia-Libia
Partono oggi gli Action days che chiedono di fermare il patto stretto tra il nostro paese e la Libia ancora nel 2017. I report sulle violenze, i respingimenti, le violazioni dei diritti si susseguono. Intanto l’Europa incontra i due governi libici
14 Ottobre 2025
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 7 minuti
(Credit: Joseph Oertel/Sea Watch)

Mentre si avvicina a grandi passi la data del 2 novembre, giorno del rinnovo triennale automatico del Memorandum d’intesa Italia-Libia, firmato nel 2017 dal governo Gentiloni con il primo ministro del governo di riconciliazione nazionale Fayez al Sarraj (l’infame patto che garantisce da anni sostegno economico e logistico alla cosiddetta guardia costiera libica), a Pozzallo arriva il peschereccio partito dalla Libia quattro giorni fa e segnalato domenica da Alarm phone.

La ong, che gestisce una linea diretta per le persone migranti che attraversano il Mediterraneo, domenica scriveva sui social di aver ricevuto una chiamata di soccorso da un’imbarcazione con circa 113 persone a bordo, un peschereccio che si trovava pressappoco a 90 miglia nautiche a sud-est di Malta che, per l’ennesima volta, non interveniva.

Le persone migranti riferivano di essere sotto attacco della guardia costiera libica. “Sta sparando contro di loro”, si leggeva nel post. E il fatto che gli spari fossero veri lo mostrano un quindicenne egiziano ora in coma, con una grave emorragia celebrale causata da un proiettile che gli ha spaccato la testa e un altro ragazzo colpito ad una gamba. C’è poi un terzo giovane con parte del volto distrutto, mascella e mandibola, colpito probabilmente da un razzo di segnalazione.

È l’ennesimo episodio di aggressione da parte della guardia costiera libica nei confronti di imbarcazioni di migranti o navi ong di soccorso che si trovano in transito nel Mediterraneo, poco importa se in acque internazionali o meno. Sempre più spesso, con un’escalation che abbiamo visto crescere questa estate, si spara ad altezza d’uomo.

Dal Memorandum ad Almasri tutto si tiene

L’episodio riaccende così polemiche mai sopite, rinfocolate dal recente voto che, solo la settimana scorsa, ha garantito l’impunità dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, coinvolti a gennaio nella liberazione e accompagnamento a casa, con volo di stato, del torturatore e ricercato libico per crimini contro l’umanità Almasri. Caso su cui, dopo la Corte penale dell’Aia, che del generale aveva chiesto la cattura internazionale, indagherà anche la Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Il Memorandum d’intesa Italia-Libia, fortemente voluto dall’allora ministro dell’interno Marco Minniti per contrastare le migrazioni “illegali”, ha di fatto unito il supporto economico e logistico a quello politico. Il patto è una spessa coltre che copre anni di violazioni di diritti fondamentali e crimini contro l’umanità, che hanno raggiunto l’apice della vergogna con la liberazione del capo maximo di questo sistema.

Tramite il Memorandum finanziato dall’Unione Europea – che vede coinvolta anche Frontex, l’agenzia della guardia di frontiera e costiera – in questi otto anni si è formato e sostenuto economicamente e materialmente le forze libiche, fornendo mezzi e addestramento. Mezzi e uomini armati che compiono abusi e respingimenti, grazie agli strumenti che l’Italia fornisce alla Libia, di fatto legittimando tali azioni.

La campagna Stop Memorandum

Azioni e commistioni note per cui si chiede di evitare un ulteriore rinnovo del Memorandum. Iniziano infatti oggi, martedì 14 ottobre, gli Action days previsti dalla campagna lanciata da Refugees in Lybia, Stop Memorandum d’intesa Italia-Libia, che mette insieme 66 realtà che confluiranno nella manifestazione nazionale di sabato 18 ottobre a Roma.

Il gruppo di protesta libico, formatosi nel 2021, dopo i raid e gli arresti avvenuti nel quartiere di Gargaresh a Tripoli, ha dato vita a un movimento autorganizzato, formato da persone rifugiate e migranti che vivono in Libia e lottano per i loro diritti da 1.471 giorni oramai. Informando via social su cosa accade nel paese Nordafricano e denunciando in maniera diretta le violazioni che subiscono.

Report Sea Watch: 60 episodi di violenza in mare

Violazioni che negli anni abbiamo imparato a conoscere tramite i report che raccontano quel che accade in Libia. Rapporti con dati e testimonianze, che si sono susseguiti da parte di varie realtà internazionali, spesso ong che sono presenti anche nel soccorso in mare e sono state protagoniste degli attacchi delle forze libiche durante le loro operazioni di salvataggio.

L’ultimo report in ordine di tempo è quello di Sea Watch, pubblicato la scorsa settimana, dal titolo Episodes of violence by the so-called libyan coastguard and other libyan militias at sea: 2016 → September 2025, in cui si fa riferimento a una serie di episodi di violenza avvenuti in mare a partire dal 2016, l’anno precedente alla firma del Memorandum Italia-Libia.

La ong mette insieme sessanta episodi commessi dalla cosiddetta guardia costiera libica contro persone migranti e civili dedite al soccorso, sottolineando come il numero sia sottostimato rispetto alla realtà dei casi avvenuti.

Il dossier raccoglie storie di sparatorie, di incidenti che hanno causato la morte delle persone migranti che si trovavano a bordo ai natanti, degli inseguimenti e dirottamenti che spesso hanno causato il ribaltarsi delle imbarcazioni e la dispersione dei corpi, delle operazioni di ostacolo ai salvataggi così come delle minacce agli equipaggi di soccorso, i pestaggi documentati delle persone che si trovavano a bordo o, ancora dell’abbandono delle persone in mare, come avvenuto quest’estate davanti alla nave di Mediterranea che ha poi soccorso.

Le due libie alla corte europea

La pubblicazione del report di Sea Watch è avvenuta qualche giorno prima delle due “visite tecniche” delle delegazioni libiche, ospitate in questi giorni dalla commissione europea nella capitale belga e da Frontex a Varsavia.

Per la prima volta gli incontri prevedono oltre che rappresentanti della Libia orientale, tra cui lo staff militare del generale Khalifa Haftar, anche quelli del governo della Libia orientale e del suo braccio militare, nonostante non vi sia, da parte internazionale, alcun riconoscimento ufficiale di queste ultime due.

Il tecnicismo degli incontri è dato dal fatto che alle visite non partecipano figure politiche, ma esclusivamente funzionari dell’Unione Europea che discutono sulla limitazione dei flussi in partenza dalla Libia e sul tema dei rimpatri volontari. Tema, quest’ultimo, che le autorità libiche hanno annunciato voler organizzare in maniera autonoma dai centri che controllano in Libia.

La politica europea non è però rimasta in silenzio. Una lettera, indirizzata ai commissari per le migrazioni e il Mediterraneo da parte di un gruppo di eurodeputati, sottolinea come siano proprio questi accordi stretti ad aver dato copertura a tutta una serie di violazioni dei diritti umani e a realtà che le istituzioni dovrebbero per davvero osteggiare come la tratta di esseri umani, il lavoro forzato, le torture e che invece i report da anni denunciano essere portate avanti proprio dai governi di quella Libia ricevuta dalla corte europea o forse sarebbe meglio dire Fortezza Europa.

Tra flussi e respingimenti

Che la Libia sia un paese chiave per quel che riguarda le partenze delle persone migranti è da anni un dato di fatto. E che questo rubinetto di acqua umana sia coscientemente utilizzato, aprendo o chiudendo i flussi, è cosa risaputa. Secondo gli ultimi dati, diffusi da Frontex la scorsa settimana, nel Mediterraneo centrale sono stati rilevati quasi 50.900 arrivi tra gennaio e settembre, e la Libia continua a essere il principale punto di partenza, un punto che registra un aumento delle partenze del 50% rispetto al 2024.

Ultimo a segnare un’impennata è il corridoio Libia-Creta, dove da settembre Frontex documenta una crescita del 280% rispetto all’anno precedente. Numeri che chiamano ad accordi nuovi, mentre si continua a discutere del piano europeo che dovrebbe entrare in vigore nel 2026.

Numeri cui occorre aggiungere quelli del “lavoro sporco” che si chiede di fare alla Libia con i finanziamenti europei e italiani: i respingimenti.

Secondo i dati forniti da OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), tra il 2017 e il 28 giugno 2025, almeno 158.820 persone sono state intercettate in mare e respinte in Libia dalla guardia costiera locale, spesso con il supporto diretto o indiretto delle nostre autorità.

Una realtà che si aggiunge a tutta una serie di violenze che stanno dentro questo sistema di intercettazioni di per sé illegale secondo il diritto internazionale. Anche qua un dato: nel 2024, l’OIM ha registrato più di 21.700 persone rapite in Libia, persone che vengono sottoposte sistematicamente a torture, schiavitù e violenze sessuali, come mostrano da anni le fotografie dei report che denunciano i lager libici.

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