Kenya / Il processo
Così come nel caso del presidente Kenyatta, la mancanza di prove ha costretto i giudici della Corte penale internazionale ad annullare il processo contro il vicepresidente Ruto e l’ex giornalista Arap Sang per le violenze post-elettorali avvenute in Kenya nel 2007. Una sentenza figlia di una macchinazione in cui non sono mancate intimidazioni e pressioni sui testimoni.

Le vittime delle violenze scoppiate dopo le elezioni del dicembre 2007 in Kenya non avranno giustizia. Almeno per il momento. A sei anni dall’avvio del procedimento penale per crimini contro l’umanità, il 5 aprile scorso la Corte penale internazionale (Cpi) ha fatto cadere le accuse nei confronti degli ultimi due uomini sotto processo: l’attuale vicepresidente William Ruto e l’ex giornalista Joshua Arap Sang.

La resa dei giudici
Così come già accaduto a dicembre 2014 per il presidente Uhuro Kenyatta, l’accusa ha dovuto arrendersi davanti all’impossibilità di validare le prove a carico. «I giudici non sono stati in grado di determinare la colpevolezza o l’innocenza degli imputati – scrive il procuratore della Cpi, Fatou Bensouda – a causa di un’azione deliberata e concertata, finalizzata a far deragliare il caso attraverso la pressione esercitata sui testimoni». Nel corso del processo ben 42 testimoni dell’accusa si sono ritirati o sono scomparsi. Nella sua dichiarazione pubblica, Bensouda parla di un processo soffocato da «intensa politicizzazione» e da una «tempesta perfetta» di interferenze sui testimoni.  

Macchinazione studiata
Un piano orchestrato già a partire dal 2009, con la mancata creazione di un tribunale speciale kenyano. «Nonostante gli emendamenti apportati alla nuova Costituzione nel 2010 – scrive ancora il Procuratore capo – il governo sembrava incapace di portare davanti alla giustizia, i membri delle élite politiche che avevano fatto uso della violenza per scopi politici». Un piano che è continuato poi con «una campagna condotta senza sosta per identificare i testimoni dell’accusa e intimidirli», e con tentativi di screditarli, compiuti da politici locali e leader della comunità durante raduni pubblici, ma anche da blogger anonimi su internet e social network. Parallelamente, il presidente kenyano e i suoi alleati, hanno avviato una vigorosa battaglia in seno all’Unione africana contro la Cpi (accusata di minacciare pace e sicurezza nazionali, e di prendere di mira solo leader africani), ottenendo il sostegno di gran parte dei paesi membri.

Dalle accuse alla campagna elettorale
Per Ruto e Kenyatta si tratta comunque di una vittoria temporanea. Il processo nei loro confronti, fa sapere la Corte, potrà essere riaperto nel caso emergano nuove prove.
«Le accuse contro me e Joshua Sang non sono crollate per manipolazione dei testimoni o manovre politiche – ha replicato Ruto – ma perché noi siamo innocenti». Nel corso di una conferenza stampa, il vicepresidente ha definito le accuse nei suoi confronti «atti criminali, frutto di cospirazioni di spiriti maligni», annunciando per il 16 aprile a Nakuru una cerimonia di «preghiera collettiva di riconciliazione» assieme al suo ex coimputato e attuale alleato, Kenyatta. Un festeggiamento che darà, di fatto, il via alla campagna elettorale per le presidenziali dell’agosto 2017. 

Nella foto in alto, l’imputato Ruto in aula durante il processo (fonte: allAfrica).

Qui sopra, il giornalista Arap Sang (foto di Monicah Mwangi)