31° Festival di cinema africano
Al Festival di cinema africano di Verona, anche la sezione documentari presenta opere di buon profilo. Ci soffermiamo sui recenti lavori della sudafricana Lucilla Blankenberg e dell’etiope Yemane I. Demissie.

Giornata di documentari, lunedì scorso al Festival di cinema africano: A country for my daughter (Sudafrica, 2010) di Lucilla Blankenberg e Twilight revelations: episodes in the life & time of emperor Hailé Selassié (Etiopia, 2009) di Yemane I. Demissie. Il primo tratta della violenza sulle donne in Sudafrica, il secondo è una sintesi per immagini dell’itinerario politico e umano dell’imperatore Hailé Selassié. Due lavori dal taglio e dalle intenzioni molto diverse, due lavori per certi versi incomparabili.

 

Nel caso della Blankenberg l’intento è informare. Quindi una volta definito il destinatario (presumibilmente tutti, sudafricani a parte), la scelta è stata quella di fornire un documento e una testimonianza, nonché di condurre una ricerca servendosi della macchina da presa come semplice mezzo: il cinema deve essere al servizio di qualcos’altro anziché di se stesso. E in effetti bastano un paio di inquadrature per capire che non c’è alcun fine artistico, alcuna ambizione estetica in A country for my daughter.

 

Le storie qui raccontate colpiscono duro, bastano a se stesse. La fatica della regista è stata puramente logistica, inerente alla disposizione del girato secondo un principio ordinatore. Insomma, la domanda che sottende il film è: come far confluire del materiale incandescente in un’opera che sia efficace e organica? Risposta: facendo fare l’inchiesta sul campo a chi in prima persona è stato vittima – seppur in questo caso indirettamente – di violenza. Lo spettatore entra così da subito nella storia perché è la protagonista a trascinarlo dentro: Nonkosi Khumalo, donna la cui figlia bambina è stata vittima di molestie, sollecita immediatamente l’identificazione e spalanca le porte di un mondo che altrimenti ci rimarrebbe precluso. Sulla scia di Nonkosi, che in qualità di nostra portavoce si muove da un luogo all’altro del paese, ci avviciniamo a donne che non si sono più riprese dalle violenze subite, ascoltiamo la voce di altre che si sono rifatte una vita, di altre ancora che hanno portato il loro caso presso le alte sfere della giustizia sudafricana.

 

Di tutt’altra fattura il secondo documentario, il cui protagonista, l’imperatore Selassié, deposto da un colpo di stato nel 1974, non è che il pretesto per mettere in forma i caratteri e le difficoltà (passate e presenti) dell’Etiopia, paese il cui nome dovrebbe risultarci familiare (e non solo a causa dei nostri poco onorevoli trascorsi coloniali – oggetto peraltro degli accurati studi storici di Angelo Del Boca -, ma anche in quanto ambito d’interesse narrativo – si legga, a titolo di esempio, il romanzo Un mattino a Irgalem di Davide Longo). Servendosi di filmati d’epoca come di interviste ai membri dell’entourage del Negus, seguiamo le vicissitudini dell’imperatore – e dell’Etiopia – dalla guerra contro gli italiani alla caduta del suo regno. Il limite di fondo del film è che abbraccia un arco di tempo molto lungo in un’ora scarsa. Stando così le cose lo sguardo non poteva che essere cursorio, e in effetti il risultato è un documentario piuttosto didattico.