Il generale Horta N’Tam ha giurato oggi 27 novembre come nuovo presidente di transizione della Guinea-Bissau. Il militare sale al potere a seguito di un colpo di stato e guiderà il paese per un periodo previsto di un anno in qualità di leader dell’Alto comando per il ripristino della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico, questa il nome scelto dai militari che hanno deposto il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló con il golpe.
Una definizione, quest’ultima, su cui in realtà si sta discutendo molto nel paese in queste ore. Parte delle opposizioni e della società civile denunciano infatti un “autogolpe”, inscenato dal presidente per non cedere il potere.
A insospettire è soprattutto la tempistica dell’intervento militare: il coup è arrivato alla vigilia dell’annuncio del risultato delle elezioni generali dello scorso 23 novembre e uno dei primi provvedimenti preso dai militari è stato la sospensione del processo elettorale. I militari hanno anche imposto un coprifuoco e limitazioni all’accesso alle piattaforme social.
Il voto del 23 novembre si è svolto in modo pacifico e per lo più ordinato ma fin dalle prime ore si è dimostrato combattuto. Poco dopo la chiusura dei seggi il candidato della coalizione di opposizione Pai-Terra Ranka, Fernando Dias da Costa, si è dichiarato vincitore, e così ha fatto Embalò poco dopo.
L’ex presidente è in Senegal
Sembrava l’alba di una potenziale, nuova, crisi politica. Era la vigilia di un colpo di stato. Secondo la coalizione che ha sostenuto da Costa, l’intervento dell’esercito è stato funzionale alle intenzioni di Embalò di non ammettere la sconfitta al voto.
Il presidente è stato comunque arrestato dai militari e tenuto in detenzione presso il quartier generale dell’esercito, questo almeno quanto riferito nei giorni scorsi dallo stesso Embalò. Il capo di stato si trova adesso nel vicino Senegal, come confermato dal governo di Dakar. L’esecutivo del presidente Bassirou Diomaye Faye ha reso noto di aver inviato una sua delegazione a Bissau in aereo per occuparsi del trasferimento dell’ormai ex capo dello stato. ù
Gli arresti
Diverse altre figure di spicco vicine al presidente sono state arrestate, fra le quali il ministro degli Interni Botché Candé, l’influente capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Biague Na Ntam, e il suo vice-capo di stato maggiore, il generale Mamadou Touré.
Fra i dirigenti di maggior rilievo che sono stati arrestati c’è però anche lo storico leader delle opposizioni Domingos Simões Pereira, estromesso dalla corsa elettorale con una controversa decisione della magistratura. Simões Pereira è il presidente del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), tassello chiave di Pai-Terra Ranka e formazione erede del movimento che ha guidato la lotta di liberazione dal dominio coloniale portoghese, culminata nell’indipendenza nel 1973.
Da Costa, scelto come candidato di coalizione dopo la forzata uscita di scena di Simões Pereira, è invece scampato all’arresto e si trova ora in un luogo sicuro, stando a quanto riferito da lui stesso a media locali e internazionali.
Le prime dichiarazioni del nuovo presidente
Nelle sue prime parole da presidente ad interim, il genera N’Tam ha motivato l’intervento dell’esercito con la necessità di affrontare una «crescente minaccia alla democrazia e alla stabilità politica» del paese, dove «l’intensa attività di gruppi legati al narcotraffico, che sfruttano il processo elettorale, mira a manipolare e, in ultima analisi, a impadronirsi della democrazia stessa».
Ieri, subito dopo il pronunciamento, i militari avevano accusato non meglio identificati attori politici di voler sovvertire l’ordine costituzionale e avevano comunicato di aver anche trovato un carico di armi pronte a questo scopo.
Da diversi anni, complici una governance debole e corrotta e una posizione strategica sul Golfo di Guinea, Bissau è diventata un punto di passaggio fondamentale nel traffico di cocaina che parte dal Sud America per arrivare in Europa. I gruppi criminali che gestiscono queste rotte, connessi con le reti criminali globali, hanno acquisito col tempo un enorme potere di influenza sulla politica, al punto che questi due mondi sarebbero di fatto sovrapposti secondo diverse analisi concordanti.
Il generale ha puntato il dito contro l’incapacità della politica di arginare l’espansione dei trafficanti e, più in generale, di affrontare il degrado del contesto politico del paese.
Le prime reazioni
Le reazioni al golpe non si sono fatte attendere. In un comunicato, Pai-Terra Ranka ha appunto accusato Embalò di aver ordito il putsch, denunciando la vicinanza del presidente con alcuni dei militari intervenuti. In effetti, lo stesso N’Tam era stato per un periodo capo dello stato maggiore particolare del capo dello stato, una carica istituita dallo stesso Embalò proprio nell’ottica di tutelarsi da possibili golpe militari, non certo nuovi nella storia del paese.
Anche il militare che ieri ha annunciato il rovesciamento del presidente, il generale Denis N’Canha, era a capo di un’istituzione molto vicina al presidente. La coalizione dell’opposizione ha chiesto la liberazione di Simões Pereira e il ripristino del processo elettorale interrotto dai soldati.
Anche la Lega guineana dei diritti umani (LGDH), influente organizzazione della società civile locale, ha condannato il «presunto golpe», così viene definito, chiedendo la liberazione dei cittadini e dei dirigenti dell’opposizione detenuti, il ripristino del processo elettorale e la rimozione del coprifuoco e dei blocchi alla rete internet.
La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (CEDEAO), di cui Bissau è stato membro, ha condannato l’intervento militare e indetto un vertice di urgenza dei capi di stato da remoto. Personale militare della CEDEAO è al momento presente in Guinea-Bissau a tutela degli osservatori internazionali.
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf, ha chiesto «il rilascio immediato e incondizionato del presidente Embaló e di tutti i funzionari detenuti», e ribadito «la disponibilità dell’Unione Africana, in stretto coordinamento con la CEDEAO e altri partner internazionali chiave, a sostenere tutti gli sforzi volti a ripristinare la stabilità e a salvaguardare i processi democratici attraverso il dialogo e meccanismi giuridicamente fondati».
Don Brentegani, nel paese per 18 anni: «È un golpe strano»
Lo scenario appare complesso e le prossime ore potrebbero già chiarire la direzione presa dai militari, ma soprattutto, il loro reale rapporto con Embalò. Secondo don Lucio Brentegani, prete veronese fidei donum tornato di recente in Italia dopo 18 anni in Guinea-Bissau, per lungo tempo presso la diocesi di Bafatà, «non si può fare a meno di notare che il generale che ha giurato come presidente di transizione era una figura di estrema fiducia di Embalò».
La concomitanza con i risultati elettorali poi, «porta a pensare che il capo dello stato sia voluto intervenire per bloccare il voto: un conteggio non ancora ufficiale lo dava già per sconfitto, e molti segnali lasciavano presagire un insuccesso. Per questo le dichiarazioni di da Costa e degli altri dirigenti delle opposizioni appaiono sensate».
Anche la situazione interna alle forze armate potrebbe essere più fluida di quel che appare, secondo il sacerdote. «I vertici dei militari sembrerebbero più vicini al capo dello stato, ma non è certo che questo sentimento sia condiviso anche fra i ranghi inferiori. È una situazione a cui guardare con attenzione».
Don Brentegani è in contatto diretto con Bissau e Bafatà, seconda città del paese e capoluogo dell’omonima provincia centro-orientale. «La situazione ora è per lo più tranquilla – afferma il prete veronese -. I vescovi hanno anche pubblicato un comunicato in cui fanno appello alla calma, esprimono solidarietà con il popolo e invitano al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici».
Nonostante il paese si mantenga in una condizione per lo più pacifica, «tensioni e spari di lacrimogeni da parte della polizia si sono verificati a Bissau, quando da Costa ha convocato i giovani del paese e li ha esortati ad andare a liberare Simoes Pereira. È lui del resto – aggiunge don Brentegani – il vero leader delle opposizioni, la figura più carismatica».
I militari poi, conclude il religioso, «hanno anche ordinato la chiusura delle radio comunitarie. Anche la sede di Radio Sol Mansi, emittente cattolica e fra i media più seguiti del paese, è presidiata dai militari, che impediscono ai giornalisti di lavorare».