È stato un caso unico, irripetibile? C’è da chiedersi perché sembri non possibile ripetere con la medesima efficacia, automaticamente, il “metodo” costruito in Mozambico in altri conflitti africani e internazionali. O a quali condizioni questo si sia ripetuto o possa ripetersi.
Le guerre degli anni ’90 e del 21° sec. sono sempre meno guerre tra stati e sempre più guerre all’interno di stati, ma con…

È stato un caso unico, irripetibile? C’è da chiedersi perché sembri non possibile ripetere con la medesima efficacia, automaticamente, il “metodo” costruito in Mozambico in altri conflitti africani e internazionali. O a quali condizioni questo si sia ripetuto o possa ripetersi.

Le guerre degli anni ’90 e del 21° sec. sono sempre meno guerre tra stati e sempre più guerre all’interno di stati, ma con molti attori e governi coinvolti. Questo aumenta la complessità e il numero degli attori coinvolti anche nel processo di pace. Credo che uno dei fattori di difficoltà sia da individuare anche nel fatto che la soluzione dei conflitti si è affermata come un nuovo settore di ricerca. Si sono moltiplicati le cattedre universitarie e gli istituti di ricerca, i think tank indipendenti o vicini ai governi. Quando i soggetti si moltiplicano, ci sono più mezzi, ma anche più complessità. C’è una sorta di burocratizzazione dei percorsi di pace.

È difficile tenere conto di tutti i livelli che hanno fatto del “caso mozambicano” l’archetipo del negoziato possibile e di successo. Nel caso del Burundi, che si avviava su un percorso simile a quello mozambicano, quando i colloqui riservati sono iniziati a Roma, le possibilità di successo erano molto alte e il percorso appariva molto rapido. La pubblicità ha reso inevitabile lo spostamento in Africa, con un ruolo ufficiale dei paesi interessati alla pace – prima la Tanzania, poi l’Unione africana, il Sudafrica e l’Unione europea -, mentre si moltiplicavano gli attori delle due parti in conflitto, passati da 2 a 18. Si intuisce come si siano appesantite le procedure, fino a rendere insufficiente anche un’importante e credibile pressione internazionale, rappresentata dal viaggio dell’allora presidente americano Clinton ad Arusha, in collaborazione con Mandela.

L’allungamento dei tempi diventa un fattore in sé stesso di criticità, in una cornice internazionale ufficiale. Quando sul terreno si assiste a una scissione di qualche gruppo armato – evenienza molto facile, legata alla difficoltà di comunicazione, al cambiamento di peso sul terreno, a fattori personali… – può accadere che la sigla, accreditata in un primo tempo al tavolo del negoziato, sia diventata la più debole sul terreno e che al tavolo non sia presente proprio la componente più forte. Questo mette a rischio l’efficacia pratica di tutto il percorso negoziale. La firma dell’accordo lascia fuori problemi importanti che non garantiscono la vera fine della guerra e la sicurezza per la popolazione. È solo un esempio tra i tanti, ma molto reale. Il diavolo sta nei dettagli. E nel caso burundese di dettagli ce n’erano ancora molti da chiarire. Ma si danno anche casi in cui torna a essere di attualità il “metodo Mozambico”. Non solo perché oggi Sant’Egidio è “africano” e migliaia di membri delle comunità locali sono presenti in tutta l’Africa subsahariana. La riunificazione della Costa d’Avorio e il negoziato condotto dal presidente del Burkina Faso, Blaise Compaoré, con il contributo della Comunità di Sant’Egidio, prima della crisi del 2010, appartiene alle storie in cui le sinergie e le componenti del “metodo” hanno mostrato la loro efficacia.

Nel caso del Niger e della Guinea, le due storie di “pace preventiva” costruite a più tornate, a Roma presso la Comunità, mostrano un altro itinerario possibile: uscita dalla dittatura e da colpi di stato, primi passi con regole condivise, elezioni, avvio di pesi e contrappesi nella società, garanzie per gli oppositori e i “perdenti” nel processo di democratizzazione… Questo percorso ha dato vita a due “insuccessi riusciti”. Il caso algerino, la cui Piattaforma di Roma e abbandono unilaterale delle armi da parte del braccio armato del Fronte islamico, ha rappresentato uno spiraglio di speranza e, comunque, la base su cui, troppo tardi e dopo troppe vittime, la società algerina ha recuperato almeno una riduzione della violenza estrema. E quello kosovaro, quando l’unico accordo tra Milosevic e Rugova, avrebbe impedito – se l’agenda del mondo non fosse stata un’altra – l’escalation dalla non violenza alla guerra civile.

Il “metodo” si è rivelato decisivo anche per mettere fine a più di 30 di guerra civile in Guatemala, creando un’agenda, un gruppo di lavoro e di contatto che hanno ridato vita al tavolo del negoziato ufficiale, alla metà degli anni ’90. E può tornare utile oggi nella vicenda della Casamance (territorio senegalese che lotta per l’indipendenza), in altre guerre “dimenticate”, o per ridurre i danni di quelle esistenti (com’è accaduto alla vigilia del cambio in Liberia, evitando la battaglia finale a Monrovia). O anche in casi in cui la comunità internazionale rischia di stare su un terreno inclinato che, alla fine, vede nell’intervento militare dall’esterno l’apparente soluzione di problemi complessi. Ma sappiamo che, almeno nei casi più clamorosi, dall’Afghanistan all’Iraq, e recentemente negli sviluppi delle “primavere arabe”, i problemi, purtroppo, non mancano.

Può il “metodo di Sant’Egidio” tornare utile in crisi internazionali così vaste? Di certo può aiutare soluzioni intermedie, come quella di trovare le vie


 



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