In Sud Sudan gli ultimi giorni sono stati particolarmente intensi. Vi si sono concentrati incontri, dibattiti e provvedimenti che potrebbero aver contribuito non solo a ridisegnarne le alleanze e gli equilibri nella regione, ma anche a segnare il destino dell’accordo di pace che ha messo, o avrebbe dovuto mettere, fine alla guerra civile che ha devastato il paese dal dicembre 2013 all’agosto 2018.
Infatti a Juba, la capitale, si sono susseguite diverse visite significative in seguito alle quali si sono aperte discussioni accese, tra i sudsudanesi e non solo, sulle politiche del paese, sulla sua collocazione regionale e internazionale e sul suo prossimo futuro.
Foschi accordi con Israele
La più insolita, e da un certo punto di vista sorprendente, riguarda quella di una delegazione di Israele, la prima ufficiale nei rapporti diplomatici tra i due paesi, anche se c’erano solidi contatti anche in precedenza.
Israele ha dimostrato interesse per il Sud Sudan fin dal momento dell’indipendenza. Lo ha considerato da subito come un “alleato strategico” in forza della sua lotta contro il regime islamista di Khartoum e per la sua posizione di paese in prevalenza cristiano in una regione in prevalenza musulmana, percorsa da correnti islamiste radicali e caratterizzata dalla nascita di gruppi terroristici quali al-Qaida e l’affiliato gruppo somalo al-Shabaab, e quello dello Stato Islamico.
Il 13 agosto il ministro degli Esteri sudsudanese Monday Semaya Kumba e la viceministra degli esteri israeliana Sharren Haskel hanno firmato un memorandum d’intesa che costituisce un quadro di riferimento per future “consultazioni diplomatiche” e “iniziative comuni”.
Palestinesi dalla Striscia di Gaza al Sud Sudan?
Niente di più preciso è trapelato sui temi affrontati, ma voci insistenti e fondate, riprese da organi di stampa indipendenti e credibili, assicurano che si è parlato anche, forse soprattutto, del trasferimento dei palestinesi di Gaza in territorio sudsudanese.
L’indiscrezione è stata negata dal governo di Juba, ma è stata presa seriamente sia nel paese, dove ha suscitato un generale deciso rifiuto dell’ipotesi, sia nella comunità internazionale che ha reagito in modo più o meno duro, a partire dall’idea stessa del trasferimento altrove della popolazione di Gaza.
Certo il Sud Sudan ha diversi contenziosi aperti e un disperato bisogno di denaro. Perciò potrebbe essere disponibile ad esaminare proposte altrimenti irricevibili. Dà per certa la trattativa, tra gli altri, l’agenzia Reuters che dice di averne avuto notizia da tre fonti interne, tutte ben informate dei fatti.
Sembra confermare le voci anche Joe Szlavik, un lobbista che lavora negli Stati Uniti per il Sud Sudan, il quale ipotizza uno scambio: accogliere gente da Gaza contro la rimozione del divieto americano di rilascire visti a cittadini sudsudanesi e delle sanzioni ad alcuni esponenti della sua leadership. Il giornalista Peter Martell osserva che il paese, senza più un soldo, “ha bisogno di ottenere alleanze, sostegno finanziario e sicurezza diplomatica da qualsiasi parte provengano”.
Intanto incassa aiuti per far fronte alla difficile situazione umanitaria, in particolare all’epidemia di colera, scoppiata in diverse aree del paese.
La spalla emiratina
Il 13 agosto Juba ha firmato anche un memorandum ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, relativo al campo finaziario. L’intesa, tra le banche centrali dei due paesi, prevede un accordo globale di cooperazione nel settore che comprende la stampa delle banconote sudsudanesi, l’ammodernamento del suo sistema dei pagamenti con carte di credito e la formazione del personale.
La firma, cui ha presenziato il controverso vicepresidente Benjamin Bol Mel, responsabile del cluster economico del governo, braccio destro e sodale del presidente Kiir, sigla un ulteriore rafforzamento dei legami tra i due paesi.
Quest’anno Salva Kiir si è recato in visita ufficiale negli Emirati per ben due volte, in febbraio e in giugno. Non si può non notare come il moltiplicarsi degli incontri coincida con l’aggravarsi della crisi economica e politica del Sud Sudan e con l’aumento dell’influenza degli Emirati nella regione.
Legami pericolosi
Non si può non prevedere, inoltre, che lo stringersi dei rapporti tra Juba e Abu Dhabi finisca per avere conseguenze su quelli con il Sudan, in cui una delle due parti combattenti nella guerra civile, il governo di Port Sudan, accusa gli Emirati di sostenere con armi e mercenari l’altra, le Forze di supporto rapido, tanto da aver denunciato la situazione nelle sedi internazionali competenti e da aver interrotto le relazioni diplomatiche.
Sudan e Sud Sudan hanno in comune non solo una lunga storia, ma anche un lunghissimo confine. Circostanze che li rendono ancora per molti aspetti interdipendenti. Juba dipende dal governo di Port Sudan per l’unica vera entrata di valuta forte nel suo bilancio statale, la commercializzazione del petrolio, per altro resa difficile dalla guerra civile.
Il conflitto in Sudan ha provocato un enorme flusso di profughi, molti dei quali originari del Sud Sudan, che ha aggravato in modo rilevante la già grave crisi umanitaria che affligge la maggioranza dei cittadini sudsudanesi. Attraverso il confine si sono già verificati passaggi di truppe e di armi che hanno contribuito a fomentare l’instabilità, sempre più preoccupante, del paese.
Il rischio di un conflitto regionale
Juba ovviamente nega che i suoi rapporti con gli Emirati possano essere dannosi per il Sudan, ma è certo che a Port Sudan il dubbio rimane, tanto che, secondo diversi analisti, il pericolo di un allargamento del conflitto sudanese al Sud Sudan sarebbe reale.
La terza visita di questo mese di agosto si è conclusa il 12, con un nulla di fatto. È quella di una delegazione del Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana guidata dall’algerino Mohamed Khaled, cui è stato negato di incontrare Riek Machar, il capo dell’opposizione, firmatario dell’accordo di pace del 18 agosto 2018 e primo vicepresidente del paese, agli arresti domiciliari dal mese di marzo.
Da allora, diversi esponenti di rilievo del partito di Machar, l’SPLM-IO, sono stati privati dei loro incarichi, assegnati in base al patto di condivisione del potere, punto chiave dell’accordo di pace. Gli ultimi sono stati sollevati unilateralmente dalle proprie posizioni con decreto del presidente Salva Kiir il 13 agosto.
Secondo molti osservatori l’accordo di pace potrebbe collassare in ogni momento. Lo pensa, ad esempio, George Aggrey Owinow, presidente della Commissione di monitoraggio dell’implementazione dell’accordo, che lo ha detto al Consiglio di sicurezza dell’ONU: «La situazione politica e di sicurezza nella Repubblica del Sud Sudan è peggiorata in modo sostanziale» e il paese «potrebbe ritornare al conflitto armato».
Ne è convinta anche Martha Ama Akyaa Pobee, assistente per l’Africa del segretario generale dell’ONU, che, nella stessa sessione del Consiglio di sicurezza ha detto che il paese è «ad un punto cruciale» che rischia di deragliare il suo fragile processo di pace a causa del peggioramento della violenza, dello stallo politico e dell’aggravarsi della situazione umanitaria.
Probabilmente per non assumersi la responsabilità politica della situazione, il partito del presidente Salva Kiir, l’SPLM, in maggioranza nel governo di transizione, ha cominciato a diffondere una narrativa degli arresti degli esponenti dell’opposizione in cui si dice che la misura è dovuta ad atti criminali.
Questa spiegazione è stata data alla delegazione dell’Unione Africana da Kuol Manyang – ex governatore dello stato di Jongley e consigliere speciale del presidente per l’accordo di pace – come giustificazione per aver negato loro l’incontro con Machar.
Acceso il dibattito interno
Diversi cittadini sudsudanesi si sono espressi sul tema, che non è di poco conto per il futuro del paese, inviando contributi alla pagina web di Radio Dabanga. “La detenzione di Riek Machar è questione di giustizia, non di politica”, dice uno a favore della posizione di Manyang. Uno contrario osserva: “Quando un disaccordo politico diventa un crimine: una lettura della dichiarazione di Kuol Manyang”.
Altri contributi al dibattito sottolineano la necessità di maturità politica nel prendere e giudicare decisioni, stigmatizzano il malcostume del nomadismo politico per interessi personali tra le varie fazioni, condannano il silenzio delle altre parti firmatarie dell’accordo di pace di fronte alle sue ripetute e gravi violazioni.
Un’abbondanza di opinioni, generalmente competenti e interessanti seppur di segno molto diverso, che può essere letta come un ulteriore segnale del momento critico del paese, tanto da spingere i cittadini stessi ad interrogarsi pubblicamente sul suo futuro.
Un futuro sul quale sentono di non avere strumenti per poter influire. Le elezioni, rimandate per l’ennesima volta lo scorso settembre, sono programmate per il dicembre del 2026. Ma nessuno scommette un quattrino che si svolgeranno nei tempi dichiarati e soprattutto che saranno libere e credibili.